Ironia e intelligenza nell'«Opera da tre soldi»

L'opera da tre soldi di Bertolt Brecht per la regia di Damiano Michieletto comincia dal finale mentre Mackie Messer, in divisa carceraria, si congeda dal pubblico. Questo flashback è un abile escamotage per inquadrare il carattere anticonformista del simpatico criminale. Nel cui nome si riassume tutto il fascino spudorato di un'eroe bifronte che il dotatissimo Marco Foschi tratteggia come un guascone che assomma sia il bene che il male. Attorno a lui si stende un coloratissimo spettacolo magnificamente illustrato tra uno sciabolare di luci psichedeliche. Dove una ridda di rossi, di rosa e di arancio ci conquista nel suo altalenarsi tra il peccato delle prostitute e la tana dei mendicanti diretta dal laido Peachum, caratterizzato da un consolatorio Peppe Servillo, coadiuvato dall'ironia fulminante della consorte, una strepitosa Margherita Di Rauso. Ma tutti aspettavano l'apparizione di Polly (la graziosa ma debole Maria Roveran) e anche di Jenny che Rossy De Palma (già musa di Almodovar) caratterizza con felina protervia ammiccando, sotto una parrucca azzurro cielo, al prototipo di un'eroina simpaticamente perversa. Il tutto servito in un tripudio stile pop che la regia di Michieletto situa tra una corte d'assise e il music hall che ne enuncia lo spirito farsesco. In una confezione che ha della riscoperta, dove il giovane regista si conferma lucido esponente della nuova generazione dal poliedrico talento. Successo strepitoso.

L'OPERA DA TRE SOLDI - Milano, Teatro Strehler fino al 12 giugno.