Jovanotti riparte da capo «Il mio disco più italiano per iniziare un'altra storia»

Esce «Oh, vita!» prodotto dal grande Rick Rubin «La parola libertà è al centro di ogni canzone»

Paolo Giordano

Ma figurarsi se si ferma. Lorenzo Jovanotti è a ciclo continuo, irrequieto per natura e curioso per vocazione, e difatti ha sparigliato di nuovo le carte. «È eccitante sentirsi all'inizio di una storia nuova dopo aver già pubblicato tredici album», spiega a cento all'ora presentando le canzoni di Oh, vita! (importanti la virgola dopo «oh» e il punto esclamativo) che sono state prodotte da Rick Rubin che probabilmente è il produttore più decisivo degli ultimi 30 anni, un tizio solitario e barbuto che ha dato un senso discografico al rap e poi ha lavorato con chiunque, da Eminem ai Black Sabbath ai Red Hot Chili Peppers e Shakira. «Lui mi ha detto: non facciamo showbiz, facciamo musica».

E così hanno fatto.

Oh, vita! è il disco più scarno di Jovanotti da almeno quindici anni perché «Rubin ha lavorato per sottrazione perciò ha portato nuovi elementi». La produzione è sofisticata ma essenziale, non ci sono sbrodolate di pop piacione ma una compattezza nelle intenzioni che lo trasformano nel disco fulcro di una carriera. Da domani ci saranno un prima e un dopo Oh, vita! a prescindere dal successo in classifica (comunque le prevendite del tour vanno a gonfie vele). «Fai un disco bello, mi ripeteva sempre Rick, bello e che all'inizio piaccia alla tua famiglia. Hai paura che non ci siano hit radiofoniche? Fregatene». E così i quattordici brani viaggiano per lo più su due binari, quello cantautorale da ragazzo con la chitarra acustica e quello e quello elettronico da deejay. Dal singolo Oh, vita!, che è il manifesto di un artista che da bambino scherzosamente «voleva fare il Papa» ma poi è cresciuto con il rap di Run DMC e la canzone d'autore, fino alla rigogliosa, equatoriale Sbam! che dal vivo diventerà un autentico rito collettivo.

Quindi Jovanotti si è asciugato, quasi scarnificato, ha ridotto il barocchismo compiacente degli ultimi anni e va giù dritto fino all'essenziale come in Amoremio o Paura di niente, che ha quasi gli echi del Folk Studio oppure nella torrenziale Fame che disintegra i generi musicali mescolando chitarre southern rock con una tromba jazz. E poi la voce. Negli ultimi album era molto lavorata in studio di registrazione (occhio: non truccata), ora è nuda anche nelle proprie imprecisioni, quasi a cicatrizzare una critica che per decenni lo ha pedinato. In sostanza, è un disco libero che, come dice lui, «può piacere oppure no», ma è davvero un inno alla vita e alla capacità di decidersela seguendo esclusivamente il proprio istinto e non quello degli altri o, peggio ancora, del mercato. «La parola libertà sta al centro del disco. La libertà è una parola che rischia di essere sfilacciata o sgonfia, è stata nella storia del Pci e della Dc, dei partigiani, di Berlusconi o degli hacker e alla nostra generazione tocca darle un nuovo valore». Non a caso c'è il brano Viva la libertà che, con In Italia, rappresenta la finestra sull'attualità di un disco a se stante, frutto del nostro tempo ma parallelo a tutto.

«Nonostante lo abbia prodotto un americano, è il mio album più italiano» riassume sul piccolo palchetto del Jova Pop Shop, negozio temporaneo creato per l'occasione nella nuova piazza Gae Aulenti a Milano. «Certo, tutta questa musica così scarna all'inizio mi ha messo un po' in crisi», dice, e c'è da capirlo. Ma oggi il Lorenzo Cherubini che parla del nuovo disco di Jovanotti è forse il più sincero che si sia mai ascoltato ed è davvero l'inizio di un nuovo ciclo. «The future is unwritten», sorride lui citando Joe Strummer. Il futuro non è stato scritto. Ma in ogni caso, per rinascere ha scelto il momento giusto: quando si ha un capitale solido e ancora la voglia di investire per crescere.