Kaufmann, cavaliere fuoriclasse È lui il vero eroe della Scala

L'edizione del Lohengrin di Richard Wagner che ha inaugurato la stagione della Scala ha sollevato decise perplessità, soprattutto all'indirizzo della regia di Claus Guth, accolto da significativi fischi al termine dello spettacolo. In questi casi i contestatori vengono liquidati come i soliti arretrati che non capiscono l'innovazione interpretativa, dinosauri che vorrebbero le scene illustrate come nelle figurine Liebig. A parte che le figurine Liebig non vanno invocate impropriamente, perché nel loro genere, erano straordinariamente pittoresche.
È vero però che bisogna distinguere le regie e le reazioni che innescano. Ci sono fischi generati da totale repulsione e fischi che nascono quando si incontra qualcosa di diverso, qualcosa che in qualche modo ti obbliga a riflettere, a ragionare, come nel caso di Guth. Rimanendo alle più recenti inaugurazioni scaligere, alla prima categoria appartengono esperimenti come quello della Carmen di Bizet accolta da unanimi contestazioni di platea e loggione, in cui la regista Emma Dante oscillava fra provocazioni fini a se stesse e velleitarismi, accompagnata dalla reclame che ne proclamava preventivamente la genialità.
I dissensi a Guth rivelano invece un differente disagio, provocato dalla fatica di capire la mutazione del contesto storico dell'opera e dalla presenza di particolari anche sgradevoli - certi tremori e tic nervosi che trasformano Lohengrin in un nolente eroe traumatizzato. In più la rilettura di Guth necessita da parte del pubblico una preparazione di partenza per capire trasposizione e sovrapposizioni: non dimentichiamo comunque che è lecito pure il diritto di seguire uno spettacolo senza l'obbligo di erudizioni supplementari. Gli «happy few» che hanno capito la chiave interpretativa di Guth, ne hanno apprezzato la cura teatrale della recitazione di cantanti e coro. Poi si potrà discettare che il mito era scomparso, che il clima era più attinente ai salotti onirici di Strindberg che a quello romantico di Wagner, che Ortruda sembrava l'Elettra in duolo di O'Neill, ma non si può negare che il tutto è stato pensato e realizzato coerentemente.
Un elemento è stato decisivo: l'adesione del protagonista, il fuoriclasse Jonas Kaufmann, al disegno registico. È difficile immaginare qualche altro collega, magari ventruto o verticalmente depresso, cantare rannicchiato per terra o con i piedi nell'acqua, aggirarsi scalzo in pantomime spettrali, indossare il frac nuziale dando quasi il senso del fastidio per l'abito convenzionale, il tutto con la più sovrana naturalezza. In Kaufmann, il cavaliere, la recitazione è in perfetto accordo con il disegno vocale. Da un punto di vista tecnico Kaufmann è qualcosa di unico: controlla l'emissione illuminando o ombreggiando ogni parola, ogni frase. Con i pianissimi, le messe di voce, il legato, la musicalità spazza via la retorica degli effettacci rendendo credibile, vero, umano il declamato wagneriano. Con questo gioco chiaroscurale Kaufmann ha mostrato quale ricchezza di sentimenti si cela dietro la maschera dell'eroe.
Lohengrin scende fra gli uomini con i suoi dubbi, le sue paure, le sue tenerezze, non dimenticando, quando la parte lo richiede, emissioni gagliarde, squilli virili, invettive brucianti. Senza nulla togliere agli encomiabili colleghi del cast, la prova di Kaufmann rimane il vertice assoluto dell'inaugurazione di Sant'Ambrogio.

Annunci Google