L'amara vis comica di Brancati

Un saggio su uno dei più spregiudicati intellettuali "inorganici"

A poco meno di 65 anni dalla morte, a «riscoprire» Vitaliano Brancati, tirandolo fuori da un ingiusto oblio, analogo a quello di un altro siciliano di genio: Ercole Patti, ci pensa Valeria Giannetti, docente di italianistica all'Università della Sorbonne Nouvelle, col volume Vitaliano Brancati (Aragno, pagg. 204, euro 15).

Che Brancati sia un grande del '900 è universalmente accettato. Giannetti scioglie anche il nodo che riguarda l'intera sua opera, e cioè l'appartenere o meno ad una dimensione europea. Domanda che ha sempre perseguitato tutta la letteratura dell'isola, almeno da quando Giovanni Gentile, ne Il tramonto della Cultura siciliana (Zanichelli, 1919) incontrando la fiera opposizione di eruditi locali sancì la morte dell'anima siciliana e la sua completa assimilazione da parte dello «spirito italiano». Parafrasando Gentile, che tale definizione coniò per Giuseppe Pitrè, Brancati «è il più siciliano fra i siciliani». Eppure, da cantore di un'isola annoiata e inerte, grottescamente protesa verso il «Continente» che ormai più non esiste, nemmeno nella periferia estrema della «ventosa Pachino» egli arriva ben al di là del bozzetto, rappresentando gli angusti microcosmi siciliani con un linguaggio ed una forza narrativa che parlano all'intelligenza dell'intera umanità.

Così, l'autrice, con Ferroni, individua in Vitaliano «il più grande e spregiudicato intellettuale inorganico» degli anni del dopoguerra e, dietro la sua prosa «fulgente e funerea» (definizione di Carlo Laurenzi), scorge, non solo la lezione di Leopardi, Verga, De Roberto, ma, nientemeno, l'ombra di Gogol, Flaubert, Mann, Gide, Ortega Y Gasset. Nonché (specie nel sorprendente romanzo Singolare avventura di viaggio e nell'incompiuto Paolo il caldo), addirittura un'anticipazione della psicanalisi freudiana. Soprattutto la vis comica, secondo Giannetti, sarebbe la brancatiana cifra stilistica esclusiva; una lezione appresa da Le rire di Henri Bergson, che «il siciliano dagli occhi come grani di pepe» (ancora Laurenzi) applica al fascismo quasi come esercizio di riscatto, dopo una parentesi giovanile di entusiasta adesione. Lo stesso Brancati nel Diario romano scriverà che: «Nei regimi totalitari, il comico subisce una concentrazione. I personaggi, intirizziti dalla paura, irrigiditi dall'obbedienza o fatti statuari dalla sicumera, ricominciano a somigliare alle maschere in quest'aria di teatro di burattini, la caduta, il volgare scivolone, acquista molta importanza. Per figure così rigide, è molto facile, e insieme molto grave, inciampare e cascare». Carlo Laurenzi e l'amico Corrado Sofia hanno ricordato i tremendi scherzi telefonici dello scrittore. Il quale si vendicava anche così di quanti gli rinfacciavano il drammone filomussoliniano Everest e il passato fascista. Vitaliano telefonava spacciandosi per amministratore di una fantomatica «Trinacria Film Corporation», commissionando sceneggiature ed ottenendo adulatorie adesioni dei letterati più sussiegosi. Chi lo conobbe, giurava che quello di (finto) amministratore della «Trinacria» sia stato il suo maggior vanto di cineasta, più dei tanti film dei quali fu soggettista e sceneggiatore.