"Il faro di Mussolini" brilla ancora

Il libro di Alberto Alpozzi mette in luce la storia dell'opra coloniale italiana più controversa

«Nave Zeffiro da Eli Spider. Spider dirige direzione 130 quota 1000 piedi per investigazione campo pirata Olloch-Guardafui. Tempo stimato per arrivo in area di operazione 20 primi». Dall'elicottero della Marina militare impegnato nella missione antipirateria europea al largo delle coste somale, Alberto Alpozzi, teneva pronta la macchina fotografica. Una volta arrivati sul Corno d'Africa, il giovane fotoreporter (e architetto) torinese, non vede i pirati, ma viene attirato da un enorme fascio littorio, alto venti metri, in gran parte intatto. Nel luglio del 2013 inizia così la storia del suo libro, Il faro di Mussolini, pubblicato quest'anno dalla 001 edizioni, che ha scatenato le ire della solita sinistra resistenziale pronta a soffermarsi sul titolo senza leggere i contenuti. Le 191 pagine dedicate, all'«opera coloniale più controversa e il sogno dell'Impero nella Somalia Italiana. 1889 - 1941», non è un libello nostalgico, ma un documentato e inedito lavoro di ricerca storica scritto come se fosse un romanzo. Una «storia avventurosa, tormentata, sanguinosa e romantica (che) meritava di essere portata fuori dagli archivi polverosi e proposta al pubblico» scrive Giorgio Ballario nella prefazione. Il faro di 20 metri eretto sul promontorio di capo Guardafui è il più imponente e dimenticato fascio littorio ancora esistente. In realtà la prima versione dell'opera, del 1924, senza fascio monumentale, era dedicata a Francesco Crispi. E solo sei anni dopo venne sostituita con il simbolo in pietra del fascismo e dell'impero.Capo Guardafui, «guarda e fuggi», come lo battezzarono i portoghesi nel XVI secolo, era fin dai tempi dei romani «un covo di pirati e teatro di naufragi e leggende (...) dove la regina Hatshepsut inviava le sue navi per procurarsi le spezie e il poeta Arthur Rimbaud trafficava in armi (...) crocevia delle grandi esplorazioni dell'Africa Orientale».La storia del faro iniziò prima della nascita di Mussolini e proseguì ben dopo la fine della seconda guerra mondiale. I primi a volerlo sul punto del continente africano che divide il Mar Rosso dall'Oceano Indiano, furono gli inglesi. Nel 1889 la Migiurtina, la regione più a nord della Somalia, divenne protettorato del Regno d'Italia. Mancanza di fondi, scandali, timori di Londra ritardarono la costruzione del faro fino a dopo la prima guerra mondiale. Il 5 aprile del '24 il faro cominciò finalmente a illuminare la cruciale rotta sul Corno d'Africa. Il governatore italiano della Migiurtina era Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon. Giorgio, il pronipote, rintracciato dall'autore scrive nell'introduzione che «il libro non tratta solo del faro, c'è infatti (...) la storia dell'amministrazione fiduciaria italiana, accenni a personaggi celebri come Amedeo Guillet (...) e vi si leggono gli echi delle sfortunate missioni che l'ONU condusse fra il '92 e il '95, ma ci sono anche le radici dell'attuale pirateria nel Corno d'Africa».Attorno al faro scoppiarono diverse battaglie. Nel '26 ben 500 somali attaccarono il presidio italiano e il capitano Alessandro Gatti si immolò trascinando nel vittorioso contrattacco i suoi 40 ascari. L'impronta fascista arrivò nel '30, come riporta il governatore di allora Guido Corni: «Feci montare la lanterna su di una torre in pietra rossa e dura del luogo, cerchiata di anelli in cemento armato e recante una scure, simbolo del littorio, che resterà nei secoli ad indicare, con la sua viva luce, la via sicura alle navi, che dall'Oriente navigano verso l'Europa». Nella seconda guerra mondiale gli inglesi, dopo aver sbaragliato gli italiani, non abbatterono il faro di Mussolini. E restò acceso anche negli anni '50, durante l'amministrazione fiduciaria italiana. L'ultimo suo guardiano è stato Antonio Selvaggi, soprannominato «il principe di Guardafui». «Piccole e grandi storie - scrive l'autore - poi dimenticate da una nazione che troppo spesso tende ad archiviare e a voler rimuovere l'ingegno, l'intraprendenza e la buona fede dei suoi cittadini».Chi se ne ricorda è il governatore somalo di questa fetta di Somalia, oggi regione autonoma del Puntland. Abdulkadir Mohamed è venuto a Torino per avanzare una proposta senza precedenti: «Potrebbe diventare un luogo turistico da far visitare agli italiani con un piccolo villaggio in architettura tipica migiurtina all'esterno e gli interni dotati di tutti i comfort moderni». A casa nostra la storia del faro è stata volutamente rimossa e non mancano i «resistenti» a oltranza, come il sindaco Pd di Ciriè, in provincia di Torino, il quale voleva sospendere la presentazione del libro «per motivi di ordine pubblico». Minacce e accuse infondate di nostalgie fasciste abbondano sui social, ma il 17 ottobre scorso l'autore ha presentato Il faro di Mussolini a Predappio, dove riposano le spoglie mortali del Duce, introdotto da Giorgio Frassinetti, sindaco Pd.

Commenti

Luigi Farinelli

Ven, 20/11/2015 - 10:32

Se la Storia fosse scritta dai De Felice anziché dagli Augias, la gente potrebbe scoprire finalmente l'essenza vera degli avvenimenti, non quella artefatta dal politicamente corretto. Il sindaco di Ciriè che boicotta questo libro è un tipico esempio della parzialità della cultura addomesticata dal pensiero unico. In Somalia esistono ancora (almeno esistevano prima del catafascio nel 1990) altri interessanti cimeli storici riferibili al nostro passato coloniale: la residenza restaurata (con tomba) del Duca degli Abruzzi, l'arco "romano" e la cattedrale di Mogadiscio, i cippi chilometrici (con fascio) ogni 20 Km lungo l'ex strada imperiale fino ai confini con l'Etiopia con ancora vecchi schiacciasassi e vagoni ferroviari della ferrovia costruita per portare la canna da zucchero dal villaggio D.Degli Abruzzi a Mogadiscio, smantellata dagli Inglesi; orti botanici sulla costa nord, edifici e fortini vari (sul Giuba e a Gardo), eccetera.

paolonardi

Ven, 20/11/2015 - 10:43

La solita dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, di idiozia dei sinistri.

marcomasiero

Ven, 20/11/2015 - 11:10

il faro, da faro, fa semplicemente il suo lavoro e grazie a Dio si trova lontano dalla coglionaggine sinistra !!!

giovanni PERINCIOLO

Ven, 20/11/2015 - 11:35

A quanto segnalato da Farinelli aggiungo che sono esistite fino ai primi anni sessanta anche due f

giovanni PERINCIOLO

Ven, 20/11/2015 - 11:40

A quanto segnalato da Farinelli aggiungo che fino ai primi anni sessanta nelle vicinanze di Guardafui e precisamente a Las Khoret e a Kandla c'erano due fabbriche per l'inscatolamento del tonno create e gestite da imprenditori siciliani. Fabbriche successivamente passate sotto la gestione dai russi ma posso segnalare che i locali rimpiangevano amaramente la gestione "siciliana" degli "invasori" italiani!

sorciverdi

Ven, 20/11/2015 - 12:03

La sinistra non gradisce? Bene, corro a comprarlo perché sono stufo anzi arcistufo della spocchia della sinistra che rifiuta la Storia. Comprare quel libro e leggerlo non vuol dire fare scelte politiche ma almeno, da quanto è dato capire dall'articolo, leggere un pezzetto di Storia ben occultato da chi la Storia la nega e pretende di sostituirla con la propaganda. Vi saluto e vado in libreria e al diavolo la sinistra e le sue bugie.

Ritratto di Uchianghier

Uchianghier

Ven, 20/11/2015 - 12:17

Quelli della sinistra godono solo con la statua del dito medio alzato.

marusso62

Ven, 20/11/2015 - 13:15

Io lavoro e vivo in Russia a Mosca , durante le manifestazioni del 7 novembre (ahime rivoluzione) del 9 Maggio (la vittoria sec. guerra mondiale) e il 1 maggio, NON HO VISTO UNA BANDIERA ROSSA CON FALCE E MARTELLO> sono rimaste solo ai sinitro..rsi italioti. E continuasmo a intitolare vie e piazze a delinqenti che hanno distrutto il mondo leggasi LIENIN STALIN CHE GUEVARA etch , ma non possiamo dedicarli a Italiani che hanno fatto grande l italia anche se sotto bandiere diverse. E continuamo a regalar medaglietti a quei delinqunti che hanno saccheggiato e saccheggiano ancora il nostro paese

Luigi Farinelli

Ven, 20/11/2015 - 14:24

giovanni PERINCIOLO: l'industria del tonno funzionava ancora alla fine degli anni '80 (ed era tonno di eccellente qualità). Poi ci fu il crollo di Barre, con la rivoluzione che fece cadere il Paese in un regime di terrore. Ancora negli anni '80 la Somalia viveva in una povertà dignitosa dove chi voleva lavorare lavorava; dove le ragazze potevano andare in minigonna e in discoteca e nessuno le importunava pur essendo un Paese musulmano. C'era una università italiana di ingegneria e medicina e prospettive di sviluppo anche turistico con spiagge lunghe centinaia di chilometri (seppure con acque infestate da squali). Tutti parlavano l'italiano e anche chi vi andava per lavoro, come me, non viveva male. Poi arrivarono i fanatici islamici, un triste dì.

Dordolio

Ven, 20/11/2015 - 15:29

Un mio professore universitario era andato ad insegnare lì negli anni 70. E ne era tornato semplicemente entusiasta...