Nei grandi 33 giri tutto aveva senso e tutto era arte

Non posso non partire dalla mia adolescenza. Non posso non ricordare i pomeriggi passati a Milano da Buscemi, da Mariposa, i sabati alla Fiera di Senigallia a scorrere tra gli scaffali, guardare le copertine dei dischi, ore e ore per sceglierne uno, perché il mio budget consentiva un solo acquisto. Il ritorno in tram con l'impazienza e la voglia di chiudermi in casa, aprire con delicatezza la confezione e guardare la copertina. Perché la copertina era parte integrante del percorso artistico di chi il disco lo aveva fatto. Le copertine le facevano grandi artisti (Roger Dean per gli Yes, Guy Pellaert per David Bowie), grandi fotografi (citerei Guido Harari che ne ha fatte un paio anche al sottoscritto), l'impaginazione e la grafica erano già dichiarazione programmatica e davano un senso di appartenenza a chi ne entrava in possesso. Poi arrivava l'ascolto, quando con religiosa delicatezza il vinile finiva sul piatto, pulito dal panno elettrostatico color poltrona di teatro. Il posizionamento dei pezzi era importante, l'ultimo brano della prima facciata, il primo della seconda e soprattutto la chiusura del disco non venivano scelti per caso. Tutto aveva un senso e tutto era arte. Le canzoni facevano parte di un progetto preciso, ognuna era nata per stare proprio in quel disco e proprio in quel posizionamento. Poi l'album finiva nello scaffale, sotto ai libri. Perché quello era il posto giusto, perché il valore era equivalente. E quando sul divano con i testi da leggere e le immagini da guardare cominciavi ad immergerti in quel mondo fatto di suoni avevi la certezza di partecipare a un evento importante, che ti avrebbe segnato, che avresti ricordato per tutta la vita. Lo confermo: è stato così.