Litigi, perversioni, fiaschi I segreti rock di Lou Reed

Nella nuova edizione dello storico album, canzoni inedite e il racconto dei giorni da leone del 1967. Quando la band di New York mandò all'inferno l'utopia hippie

Ci sono dischi che sono gloriosi suicidi commerciali. Lou Reed era un esperto in materia. Dopo la hit mondiale di Transformer (1972) volle incidere Berlin (1973), flop annunciato. Quando tutti si aspettavano l'album del rilancio, se ne uscì con Metal Machine Music (1975), un oceano di rumore in cui annegavano armonie appena percepibili, l'equivalente in rock del monolito di 2001. Odissea nello spazio. Da quel momento Reed giocò nella serie B delle star, torneo riservato a fuoriclasse seguiti da un pubblico fedele, ma da cui l'industria non si aspetta grandi numeri.

Era la fine che voleva fare. Nel 1965 Lou Reed, ex autore a cottimo di 45 giri di successo, decide di interpretare i propri brani e fonda i Velvet Underground insieme con il violista/bassista/tastierista John Cale. Si aggiungono poi il chitarrista Sterling Morrison e la batterista Moe Tucker. Andy Warhol sposa la causa dei Velvet Underground, che diventano la band della Factory, il laboratorio creativo della New York fine anni Sessanta. La parola d'ordine è pop (art). Musica senza compromessi, spettacoli innovativi. Trionfo artistico, tonfo commerciale. Il primo 33 giri, The Velvet Underground and Nico (1967), noto come Banana Album per via della trasgressiva copertina di Warhol, vende nulla. In compenso, come vuole la leggenda, chiunque ne abbia acquistato una copia fonderà una band storica, per desiderio di emulazione.

Al secondo giro, i Velvet, se possibile, fanno di peggio, cioè di meglio, e consegnano all'attonita casa discografica Verve White Light White Heat (gennaio 1968). Oggi quest'album viene celebrato con una edizione speciale che, oltre a belle foto e un saggio di David Fricke, include un live parzialmente inedito e tutti i brani scartati dalla scaletta definitiva. Materiale fondamentale. Con gli «avanzi» dei Velvet, Reed infatti apparecchierà una parte importante (quella di successo) della carriera solista. Il gruppo comunque esclude tutte le canzoni «normali», appetibili dal mercato, pubblicando invece il materiale intransigente.

Cosa c'è di diverso in White Light White Heat? Tutto. Siamo nell'estate del 1967. Mentre in California gli hippies festeggiano la summer of love, a New York i Velvet incidono un disco brutale sotto ogni aspetto. Ai coretti della West Coast, oppongono un muro di distorsione senza eguali. L'obiettivo è un caos organizzato in cui i musicisti suonino l'uno contro l'altro, armati del volume degli amplificatori Vox. Ai sogni di pace e amore, rispondono con l'incubo di Sister Ray, 17 minuti di sesso e violenza. Roba da far sanguinare le orecchie. All'esplosione di colori psichedelici, contrappongono una copertina ispirata da Warhol: il tatuaggio di un motociclista stampato nero su nero (appena si intravede in controluce).

Reed scrive testi perfetti, tra i pochi a reggere la pubblicazione in volume senza provocare imbarazzo in chi legge. È lui stesso a spiegare quali siano le fonti d'ispirazione. Reed dice di aver guardato al free jazz e di aver voluto tradurre nel linguaggio rock le improvvisazioni di Ornette Coleman e Cecil Taylor. Gli esplosivi assolo, i migliori in assoluto di Lou, sono il tentativo di utilizzare la chitarra «come un sax, o addirittura come una intera sezione fiati. La distorsione serve proprio a questo, oltre a nascondere all'ascoltatore le piccole pause in cui decido quale nuova direzione prendere». Come paroliere, Reed guarda a Burroughs ma soprattutto a Hubert Selby Jr, irregolare (vero) della letteratura Usa e voce di New York, in particolare di Brooklyn, dove Lou, morto nel 2013, è nato nel 1942. (I libri di Selby Jr da leggere sono Ultima fermata a Brooklyn e Canto della neve silenziosa, editi da Feltrinelli). Da lì arrivano paranoici, criminali e schizzati protagonisti di A gift e Sister Ray. «C'era un'America selvaggia e interessante di cui nessuno cantava» taglia corto Reed.

L'album sarà un bagno di sangue dal punto di vista delle vendite e anche dei rapporti personali all'interno della band. John Cale verrà costretto alle dimissioni per divergenze non meglio specificate. In compenso reputazione e influenza di White Light White Heat crescono anno dopo anno. Stessa sorte toccata a tutti gli album dei Velvet, a Berlin e perfino all'«inascoltabile» Metal Machine Music. Segno che il rock può sedersi alla tavola delle arti reputate «maggiori». Senza averne la spocchia.