"Per poco svenni con Oscar Peterson"

Il chitarrista compie 90 anni e festeggia sabato a Milano con un concerto al Dal Verme

Chitarrista versatile e geniale, uomo riservato e gentile, un vero signore come se ne trovano pochi nel mondo della musica... Schivo e lontano dai clamori anche se sempre al centro della scena jazzistica. Così Franco Cerri è arrivato a 90 anni, dando un contributo non indifferente alla diffusione e all'evoluzione del jazz dalle nostre parti, e continua a farlo dirigendo la Civica Scuola di Jazz di Milano e suonando dal vivo, come farà sabato con una festa in musica al Teatro Dal Verme di Milano.Allora maestro come festeggia i suoi 90 anni?«Sul palco e, nonostante l'abitudine, mi emoziono, mi domando come usciranno i suoni dalla chitarra, mi preoccupo». Eppure lei è un punto di riferimento...«Proprio perché sto sempre attento a quello che faccio. Mi sveglio in piena notte e non mi riaddormento più, penso all'età, alla musica, a ciò che suonerò l'indomani. Mentre suono a volte mi dico: cretino cosa stai facendo? perché eseguo una frase diversa da quella che sto pensando». Il suo segreto? «Mi ha aiutato fare il lavoro che amo. Un mestiere che piace diventa una medicina... La testa funziona, le gambe anche e ho sempre voglia di suonare, anche se la mia carriera è cominciata per caso». Cioè?«Nessuno mi ha mai regalato nulla. Non ho mai preso lezioni, ho imparato tutto con difficoltà...». E adesso guida una scuola di jazz.«Ho trenta allievi molto bravi divisi in due gruppi. Ogni settimana do loro delle partiture, spesso difficilissime, da studiare e da eseguire, e mi danno grandi soddisfazioni». Ci ricordi i suoi esordi nel mondo del jazz.«All'epoca a Milano noi ragazzi suonavamo nei cortili e la gente ballava al ritmo delle nostre canzoni. Una sera il caporchestra disse: oggi viene Gorni Kramer che all'epoca era una superstar, e noi giù a ridere, nessuno ci credeva. Invece si presentò e alla fine del concerto disse con la sua tipica erre moscia: chi di voi conosce brani americani?. Tutti stavano in silenzio e guardavano me che avevo un piccolo repertorio di ballads. Quando mi chiese di suonare insieme per poco svenni. Quali armonie userà? Mi chiesi spaventato, ma poi suonammo insieme un'ora e mezzo. Se ne andò dicendomi semplicemente bravo». E poi?«Tornai a casa esaltato e svegliai i miei genitori urlando: ho suonato con Kramer e loro, che non approvavano le mie scelte, risposero: va' a letto che è tardi». Che incoraggiamento.«Ci reincontrammo per caso vicino al Bar Duomo a Milano e mi chiese di suonare con lui. Si divertiva, quando suonavamo musica da ballo, ad eseguire brani che non conoscevo e, quando coglievo l'armonia lui cambiava tonalità mettendomi in difficoltà. Ogni sera era una lezione. Cominciò così; lavorammo con gente come il Quartetto Cetra e Natalino Otto e da lì passammo 25 anni di musica insieme». Lei ha avuto anche grandi esperienze con la crema del jazz internazionale; quali ricorda con più piacere?«Ricordo che una volta, negli anni '50, suonavo in un locale vicino al teatro Lirico, dove si esibivano Ella Fitzgerald e altre star americane. Dopo lo show vennero Oscar Peterson e il grande contrabbassista Ray Brown. Dopo aver cenato Brown si avvicinò al bassista e gli chiese: Can I Play Bass?; Ostia, gli rispose lui preso alla sprovvista. Poi chiamò anche Oscar che sedette al piano con la bocca piena... Adesso scappo, mi dissi, ma restai e suonammo insieme quasi due ore. Erano simpatici, diventammo amici e ci esibimmo negli anni in tutta Europa». Altre storie curiose?«Gerry Mulligan mi chiamava sempre dall'estero per organizzare delle jam sessions. Una volta mi chiamò dall'Olanda e disse: Organizza qualcosa per domani. Lo portai in un locale in corso Venezia dove si suonava spesso. Ci sedemmo lui al pianoforte e io al basso perché gli altri artisti erano in cantina a giocare a ping pong. Poi prendemmo i nostri strumenti ufficiali e ci abbiamo dato dentro fino alle sei del mattino. Le stesse scene si ripetevano con Chet Baker. Peccato fossero consumati dalla droga, erano due genii tormentati». Lei invece è sempre stato fuori dai giri loschi.«Sì, per fortuna ho avuto una vita serena, mi sono sempre divertito e mai lamentato». Anche quando ha fatto l'uomo in ammollo nella pubblicità di un noto detersivo?«Sì, anche, ogni esperienza porta qualcosa di nuovo nel tuo background. Bisogna provare le cose perchè non si sa mai come sarà il futuro».Com'è il jazz oggi in Italia?«Nella vita in generale viviamo un momento un po' triste. Non c'è più l'entusiasmo di prima ma il jazz italiano funziona bene. Roma è il luogo dove c'è più vivacità. Poi in giro ci sono artisti eclettici del calibro di Bollani, Fresu, Rava». Come sarà il concerto? «Sarà un po' una sorpresa anche per me. Suonerò con un quartetto in cui c'è al piano Dado Moroni, una mia scoperta che poi andò a perfezionarsi a New York ed è uno dei migliori pianisti sulla scena. Poi ci sarà un intermezzo parlato, non so di preciso, e poi concluderò all'insegna dell'improvvisazione». Lei dice sempre: amo suonare piano per non disturbare...«Si ma è un po' stupido perché ogni tanto la gente mi dice: bellissimo, peccato che si sentiva poco».

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