Il miracolo di «guarire» da ogni senso di colpa

Andrea Caterini

I n un racconto autobiografico del 2008, Marisdea, Andrea Di Consoli scriveva: «Non mi sono mai più tolto di dosso la povertà, il fatto che tutto quello che ho sento di non meritarlo, di averlo sottratto alla borghesia». Di Consoli è lo scrittore che in tutti i suoi libri ha raccontato come la vita di continuo tradisca l'umiltà dell'uomo degradandola in umiliazione. La povertà di cui parlava in quel racconto, appartenendo alle sue origini (la sua famiglia, di cui ha spesso scritto, è di contadini lucani), ha generato in lui un senso di colpa. Una colpa che ha cercato di espiare facendo, della povertà, un manifesto poetico. Ora perché sceglie di narrare la vita di un santo nell'ultimo romanzo (o racconto lungo) Il miracolo mancato?

Il santo in questione è Francesco di Paola, nato nel 1416 in Calabria, e morto in Francia nel 1507. Ma Francesco non è un santo qualunque, è colui che ha fondato l'Ordine dei Minimi e che venne canonizzato da papa Leone X appena dodici anni dopo la sua morte. In realtà, Di Consoli non si è allontanato affatto dai temi a lui più cari. Sembrerebbe addirittura che la figura del frate gli abbia concesso di superare quell'antico senso di colpa. Francesco, che scelse di vivere da eremita, divenne celebre in tutto il sud Italia per la sua capacità di resuscitare i moribondi. La sua fama arrivò anche all'orecchio del re di Francia Luigi XI, colpito da una malattia che la medicina non riusciva a sanare. Il re convince Francesco a raggiungere la sua corte, nella speranza che il frate riesca a guarirlo. Ma Francesco la malattia del sovrano non la sana. Eppure, il miracolo che Di Consoli vuole raccontare è a ben vedere soggettivo, tanto da inserire un personaggio col suo stesso nome (non importa se storicamente esistito) che si converte alla fine del racconto. Egli vede nel povero Francesco e nel potente Luigi l'incontro di due uomini che, pur non avendo nulla in comune, sono capaci di inginocchiarsi l'uno di fronte all'altro, di riconoscere l'uno la stanchezza e il desiderio di pace dell'altro. Più precisamente, attraverso quell'incontro, Di Consoli ci racconta la caduta dell'umiliazione e dell'orgoglio che sono pure ciò che alimenta il senso di colpa di ognuno.