Dalla musica ai ritratti perfetti. Il genio di Leonardo a Milano

Vittorio Sgarbi ci racconta come Da Vinci trovò alla corte degli Sforza il luogo ideale per creare il suo stile inimitabile

Nel 1483 Leonardo viene chiamato a Milano. È uno dei pochi artisti che hanno una doppia identità di cultura e formazione, perché è prettamente toscano, ma negli anni di soggiorno in Lombardia crea uno stile, un gusto legati al suo nome. Leonardo vive diciotto anni di felicità, in dialogo con il duca Francesco Sforza e con Ludovico il Moro.

Va detto che, anzitutto, Leonardo non viene chiamato perché è un grande pittore, ma per il diletto che può procurare al duca: «Fu condotto a Milano con gran riputazione Lionardo a 'l Duca Francesco, il quale molto si dilettava del suono de la lira, perché sonasse: e Lionardo portò quello strumento, ch'egli aveva di sua mano fabricato d'argento gran parte, accioché l'armonia fosse con maggior tuba e più sonora di voce» quindi Leonardo aveva fabbricato una specie di tromba, uno strumento purtroppo perduto. «Laonde superò tutti i musici che quivi erano concorsi a sonare; oltra ciò fu il miglior dicitore di rime a l'improviso del tempo suo». Ho già raccontato di questa attitudine ancora propria dei toscani, e Leonardo è, tra i toscani, il «miglior dicitore di rime a l'improviso». «Sentendo il duca i ragionamenti tanto mirabili di Lionardo, talmente s'innamorò de le sue virtù che era cosa incredibile».

Leonardo instaura con il duca un rapporto non di cortigiano ma alla pari, e gioca con lui; saranno anni di divertimento, i suoi, e il duca di Milano non potrà imporre nulla a Leonardo, potrà solo pregarlo di fare qualcosa per lui. Vasari lascia intendere che il duca richieda a Leonardo un'opera quasi con soggezione: «E pregatolo, gli fece fare in pittura una tavola d'altare, dentrovi una Natività che fu mandata dal duca a l'imperatore». Nella Vergine delle Rocce Leonardo, in parte, sembra continuare le meditazioni iniziate con San Girolamo, eppure quella grotta appena accennata e quel paesaggio incompiuto sono qualcosa di nuovo, un'architettura di stalattiti e rocce, un antro scomodo e impervio, dove è posta la Madonna, rigorosamente senza Giuseppe che, dei tre componenti della Sacra famiglia, è parso forse inutile a Leonardo. Osservando il quadro è evidente che Maria deve aver compiuto un percorso piuttosto difficile, si è avventurata su per le montagne, ha attraversato fiumi, come una speleologa, accompagnata da due bambini: uno è suo figlio Gesù seduto a terra, una terra fertile, con l'erba e i fiori e l'altro è san Giovannino. Maria li protegge; san Giovannino avvolgendolo nella sua veste e coprendolo con la mano, ma ha un'aria pensosa e circospetta. Viceversa è sublime, meraviglioso, l'angelo: un angelo che non ha uguali nell'iconografia angelica di ogni tempo, un angelo di puro spirito e beatitudine quasi ineffabile. Questo angelo è il compimento di un percorso iniziato quasi dodici anni prima, se è vero che siamo nel 1484-85, come io credo qualcuno data quest'opera anche più tardi. L'angelo della Vergine delle Rocce ha gli occhi trasparenti, i ricci dorati, il volto morbido, ed è il coronamento dell'angelo dipinto nel quadro di Verrocchio. In questa pittura si avverte il desiderio di rappresentare il mistero della natura, il mistero dello spirito, che Leonardo tiene insieme in un unico respiro compositivo.

Come doveva essere l'uomo che ha dipinto quest'opera? Ce lo dice il dipinto conservato alla Pinacoteca Ambrosiana, del 1485 circa, il Ritratto di Musico, che non credo possa essere riferito per intero a Leonardo. Il volto, lo sguardo sono di Leonardo, mentre non credo sia di Leonardo la veste. Il musico tiene in mano lo spartito, il volto è fiero. Potrebbe essere un ritratto di Leonardo trentenne, sfrontato che, senza timori reverenziali, guarda negli occhi il potente che ha davanti e gli parla alla pari, potremmo ravvisare il volto di Leonardo davanti a Francesco Sforza e Lodovico il Moro.

Nessun dubbio che sia di Leonardo il capolavoro fra i suoi ritratti, cioè La Dama con l'ermellino. Quale diversa luce, quale spiritualità emanano dal dipinto; e quale capacità di restituire uno stato d'animo molto particolare, che io per primo individuai. È uno dei pochi ritratti, salvo quelli di profilo, in cui il soggetto rappresentato non guarda in camera, non guarda il pittore o lo spettatore, ma guarda di lato. È il ritratto di Cecilia Gallerani, la donna amata da Ludovico il Moro, una donna che vuol essere la donna di un solo uomo, vuole indicare la sua dedizione, e sta guardando dalla parte dove idealmente dovrebbe esserci il ritratto dell'amato Ludovico il Moro. Si è ipotizzato che il ritratto di Cecilia fosse parte di un dittico come il Doppio ritratto dei duchi di Urbino di Piero della Francesca. Ma il ritratto di Ludovico non è mai stato compiuto, né mai Leonardo pensò di dipingerlo, perché l'immagine di Ludovico il Moro è dentro di lei; la forza di questo quadro è di far sentire che lei vive per lui. È il ritratto di un amore assoluto, di una dedizione totale. Lei non vive per nessun altro e perciò non ci guarda, non ci considera: non è di nessuno se non dell'uomo che ama. Il fondo nero evidenzia la concentrazione di questo stato d'animo, di questa dedizione. Anche la perfezione del disegno delle spalle concorre a esprimere la tensione interiore di questa donna che con determinazione manifesta la sua devozione a un solo uomo; il suo amore, la sua totale disponibilità soltanto per lui. In riferimento alla Dama con l'ermellino, ho pensato che c'è un precedente religioso di questa dedizione laica dipinta da Leonardo, l'Annunciata di Antonello da Messina, e le due tavole vanno messe in relazione. Anche l'Annunciata è una donna intensamente concentrata, su un fondo nero, senza elementi architettonici o spaziali, solo un pensiero, assoluto: il pensiero di Dio. Con Antonello, per la prima volta, l'annunciazione manca dell'angelo. L'angelo è sempre presente come chi è invitato a una cerimonia in tutte le annunciazioni, da Giotto a Simone Martini, accolto dalla Madonna, più o meno intimidita, comunque fisicamente coinvolta dalla presenza di un messaggero di Dio. Antonello invece, come Leonardo, non ha mai pensato di dipingere un altro scomparto come accade talvolta, cioè un dittico con l'angelo da una parte e la Madonna dall'altra. Anche in questo dipinto, come Ludovico nell'opera di Leonardo, l'angelo è dentro di lei e lei fa sentire che l'alito di lui le parla da dentro, come l'angelo custode del catechismo. Non è un angelo fisico, è un angelo interiore. Lei sente la sua parola e gli risponde, e si concentra per poter corrispondere a quello che Dio le chiede. Il volto, perfetto, è incorniciato dal velo, che a Palermo indicava, in una tradizione viva sino a cinquant'anni fa, una consonanza fra la devozione cristiana e islamica. Questo chador non nasconde ma sottolinea l'ovale del volto con una forza formidabile, ed è come una corazza, protegge. Se non ci fosse il leggio gotico, la tavola non avrebbe una collocazione temporale, potrebbe essere un'opera del Trecento, del Quattrocento, del Cinquecento, del Seicento, dell'Ottocento, di Tamara de Lempicka, perché è senza tempo, un'immagine assoluta, di purezza assoluta. E senza lo spigolo di traverso e la mano che conquista lo spazio, non avremmo il senso della profondità. L'Annunciata di Antonello è una donna perfettamente contemporanea, come è perfettamente contemporanea La Dama con l'ermellino. Le mani dell'Annunciata parlano, esprimono il mistero della sua condizione interiore: una mano sembra allontanare e delimitare il proprio spazio che nessuno può occupare, neppure l'angelo; è un gesto che chiede rispetto per il proprio spazio; l'altra mano al contrario chiude il velo per pudore, per non mostrare il corpo ma anche per proteggere quello che porta dentro, che è il Figlio di Dio.