Niente Amici e poco X Factor Sanremo si smarca dai talent

Per Fazio è un cast "contemporaneo", ma non ci sono vere sorprese. E il Festival rischia di essere meno luccicante degli show televisivi

Dunque come ogni anno è un cast che spacca. Soprattutto le opinioni. I Big del Festival di Sanremo sono stati annunciati ieri al Tg1 da Fabio Fazio chez Vincenzo Mollica senza che nessuno, neppure i diretti interessati, fossero stati avvisati prima. Quattordici cantanti. Con due canzoni ciascuno, che dovranno poi diventare la vera discriminante per la vittoria finale (sabato 22 febbraio con televoto e giuria di qualità al 50 per cento). E i nomi dei «prescelti» sembrano quasi scelti apposta per far discutere.

Intanto non ci sono cantanti provenienti da Amici (autentica novità), non c'è il vincitore di XFactor (negli ultimi anni c'è stato) e gli unici provenienti da quel talent show (Noemi e Giusy Ferreri al grande rilancio dopo anni di oblio) hanno il marchio Rai e non Sky. Ci sono tre vincitori del passato, che hanno un indiscutibile rilievo: Francesco Renga, Antonella Ruggiero e Ron, che ha vinto nel 1996 ma, avendo esordito al Festival nel 1970 a sedici anni e mezzo, è forse l'artista con il pedigree sanremese più rilevante di questa edizione. A colpire, perché è un segnale in netta controtendenza rispetto alle classifiche degli ultimi due anni, è la mancanza dei nuovi rapper. Qualcuno, come Clementino o addirittura Fabri Fibra, sarebbe stato ben accetto ma non aveva i brani giusti oppure ha declinato l'invito. Rimane, last but not least, Frankie Hi Nrg, che è uno dei pionieri italiani del genere e che aspetta un (meritato) rilancio. Quelli che benpensano, per citare un suo classico, se lo augurano.

Durante l'annuncio al Tg1, Fabio Fazio (battuta o lapsus il suo riferimento ai nomi del nuovo governo?) ha definito la scelta come un «segno della contemporaneità» e come «un cast non televisivo». Sul «non televisivo» è probabile che si riferisse solo alla mancanza di cantanti appena lanciati dai talent perché in realtà quasi tutti hanno avuto importanti frequentazioni tv.

Ma sulla «contemporaneità» si è scatenata la polemica un po' ovunque, anche su Twitter. Va bene che per diventare Big ci vuole tempo (e forse Cristiano De André è big di diritto sin da quando suonava con suo papà), ma la maggiorparte del cast è frutto degli anni Novanta, da Giuliano Palma a Riccardo Sinigallia ex Tiromancino, fino ai torinesi Pertubazione. Qualcuno addirittura dei Settanta. E solo pochi sono realmente di (relativamente) nuovo conio, per dirla alla Bonolis: Arisa, debuttante nel 2009, oppure Francesco Sarcina delle Vibrazioni (il singolo Dedicato a te è del 2003), Renzo Rubino, vincitore del premio della critica l'anno scorso tra i giovani e Raphael Gualazzi che arriva in gara con Bloody Beetroots creando quindi la sfida più esaltante di questa edizione. La strana coppia. Lui, vincitore di Sanremo Giovani 2011, marchiato jazz e cresciuto nei club di mezzo mondo, amante del ragtime dei primi Novecento. E l'altro è di Bassano del Grappa, classe 1977, va in scena mascherato, il suo nome d'arte è Sir Bob Cornelius Rifo ed è un deejay musicalmente indefinibile e molto techno che ha creato il progetto Bloody Beetroots (barbabietole sanguinanti) raccogliendo un considerevole successo all'estero. Da questi due opposti, si dice, sfrigoleranno scintille.

Insomma alla fine il cast del Festival di Sanremo sembra, probabilmente senza volerlo, una risposta all'altro teleshow musicale del momento, XFactor, che è molto più luccicante e up to date. Lo spirito musicale di questo Festival, selezionato dal grande Mauro Pagani e dalla sua squadra, è più vicino, se possibile, allo spirito del Club Tenco che a quello strepitosamente e deliziosamente nazionalpopolare dell'Ariston tradizionale. Così, visto sulla carta. Poi sarà lo show a dimostrare se il Festival abbia assorbito la lezione di XFactor o se abbia invece deciso di evitare confronti e proseguire quindi su di un percorso meno kolossal e più d'autore.