Ma «Notre Dame» di Petit sente l'usura del tempoAlla Scala dopo undici anni

Rintocchi di campane, fantasmi di dame e cavalieri antichi, folla sbalzata a contrasto dalla violenza dei colori. Poi lei, Notre-Dame, trattegiata dalle pennellate spesse e nere di segno espressionista che portano a Rouault (René Allio ). Intanto, sul podio Paul Connelly, va la musica di Maurice Jarre. Lirismo, concitazione di batterie, echi di liturgie e canti di strada che arrivano da lontano. Notre Dame de Paris di Roland Petit (alla Scala dopo 11 anni, fino al 5 marzo), parte dal romanticismo estremo di Victor Hugo che già nel 1844 aveva ispirato a Jules Perrot il prototipo La Esmeralda. Yves Sain Laurent disegna magnifici costumi geometrici dai non-colori. E mentre le file di ballerini commentano ripetitive la vicenda in seconda posizione e mani e braccia in moto perpetuo, il coreografo strizza l'occhio al musical. Protagonista del balletto è una Parigi letta sul «Libro di Pietra» della cattedrale. Petit narra in modo chiaro e privo di increspature psicoanalitiche. Gli psicologismi sono tutti per Quasimodo, il campanaro di Notre Dame. A lui che, stordito da un improvviso sentire, apre il secondo atto abbracciato a un'enorme campana e lo chiude stringendo il corpo senza vita di Esmeralda: miracolosamente sua, per sempre. Il Campanaro è Roberto Bolle, il re dei principi al quale è consegnato un ruolo che lo vuole gobbo, zoppo e deforme. Ma come si fa? Non c'è trucco che tenga. Roberto è bello di una bellezza da fiaba. Bravo per quella accademia dove resta insuperato. Chi del resto è tanto poliedrico da potersi calare in ogni ruolo? A lui dunque l'onore delle armi. Notre Dame de Paris intanto pare inesorabilmente datata.