Una notte con Avicii, il deejay rockstar che vola in classifica

Ventenne, milionario, amato da Madonna e Nile Rodgers degli Chic. Era primo in 70 paesi. E ai suoi show si va per ballare. Ma non solo...

In fondo basta poco. Basta entrare alla Roundhouse giusto mentre Avicii attacca il suo concerto (concerto? show? gala?) per rendersi conto che ormai è la dance a dare il ritmo ai ragazzi. Il rock è in letargo, le rockstar per lo più vivono di rendita e i canoni del genere sono stati mutati dai deejay: culto della personalità, fan base accanita, rituali precisi. Lui, Tim Bergling in arte Avicii, in piedi su di un palco microscopico, dentro la Roundhouse è poco più che un puntino biondo annegato dentro un megaschermo così preciso che la Nasa se lo scorda, e si nota solo se alza le braccia quando dai woofer esce una bordata di bassi che fa stramazzare la gente in pista. È l'iTunes Festival, mega happening lungo un mese che a questo giro è iniziato con Lady Gaga e finirà il 30 con Katy Perry. In mezzo a loro, chiunque: da Elton John a Ludovico Einaudi a Kings of Leon. È la trasversalità, bellezza.

Però gli artisti cambiano, il pubblico rimane più o meno simile, sia anagraficamente che culturalmente. Il pop non è più una guerra per bande stile Duran Duran contro Spandau Ballet. O forse lo è, ma solo fino a vent'anni. Poi è curioso e libero, molto più che in passato. La fine dei generi musicali si capisce anche da qui, alla Roundhouse di Londra, dove il metallaro potrebbe senza problemi trovarsi in mezzo a chi applaude Avicii, uno svedese ventiquattrenne, entrato nella musica dalla parte di Ray Charles e dei Kiss perché «mio padre e i miei fratelli me li hanno messi subito in testa da ragazzino». In pochi anni ha fatto carriera. E sfrutta la contingenza, come direbbero a Piazza Affari. La crisi ha azzoppato i mega tour con palchi fantasmagorici, band, orchestre, centinaia di persone on the road e budget milionari. E così, mentre le superstar sono obbligate alle «residency», ossia a mesi di concerti nello stesso posto per limitare le spese, i deejay girano da soli «con una chiavetta usb dentro la quale tenere la musica che suonano», come minimizza qualcuno. In ogni caso, l'invasione dell'electronic dance music e dei dj è un segno dei tempi anche per questo motivo. Il biondino Avicii lo conferma. È appena entrato tra i dieci deejay più ricchi del pianeta visto che nel 2012 ha guadagnato sette milioni di dollari (il primo in classifica, Tjesto, supera i 22) ed è forse il più rampante di tutti come dimostra il nuovo cd True. Ha remixato (bene) Girls gone wild di Madonna e Sweet dreams di Eurythmics, è stato copiato (male) da Leona Lewis in Collide e poi ha svoltato con Lay Me Down realizzato con sua santità Nile Rodgers degli Chic (visti qui proprio la sera dopo). «Ho deciso di collaborare con lui molto prima dei Daft Punk», ripete ogni volta. Comunque, da allora chi lo ferma più.

A differenza delle rockstar, che ci mettono la faccia, i deejay ci mettono i bpm e il loro viso non è quasi mai molto popolare. Girano tranquilli per la strada. Ma, per capirci, Avicii è l'autore di Wake me up, un tormentone dell'estate, primo su iTunes in 70 nazioni e superato in Italia solo la settimana scorsa da Limpido della Pausini. In Gran Bretagna quel brano (dance inspiegabilmente venata di country) ha impedito ai One Direction di debuttare al primo posto con il singolo Best song ever, cosa che equivale a lesa maestà. Per di più, in una settimana ha venduto quasi il doppio delle copie. E qui si capisce il perché, bastano pochi minuti: pubblico trasversale, tensione molto alta, volti divertiti e non poco, fuori piove a dirotto ma qui il concerto fila via asciuto, un'ora non di più. Ma che ora.

Poco dopo l'inizio, due gang di ragazzotti ipermuscolosi non se le mandano a dire. Volano parolacce e testate e un naso sarà rimasto livido per un bel po'. Con aplomb molto british, un inserviente pulisce le tracce di sangue dal muro e tutto torna candido come prima, anche perché pochissimi si erano accorti della scazzottata. Dentro rimbomba X You, un brano che Avicii ha realizzato con il crowdsourcing, che è una sorta di laboratorio globale via web: da 140 paesi circa quattromila persone gli hanno spedito un'idea musicale, un ritmo, un effetto. Lui li ha mescolati creando una canzone. Roba inimmaginabile fino a poco tempo fa. Qui poi. Qui, un ex edificio industriale proclamato “teatro leggendario”, quarantacinque anni fa hanno suonato i Doors. Poi i Ramones o i Led Zeppelin. Vicino c'è Regents Park e spunta un pub a ogni angolo, dove, dopo lo show di Avicii (performance? gala?) i giovanissimi fanno come i loro padri dopo un concerto rock: bevono una birra. E anche questo fa capire che cambia sempre tutto ma solo in apparenza.