Permunian è l'arbitro non imparziale nel derby letterario Gombrowicz-Schulz

Uno provoca, l'altro subisce (persino il ritratto-caricatura di un suo allievo)

Il nerbo che fa nascere il nuovo libro edito da Aragno di Francesco Permunian, che ne accende l'immaginazione, non è che una provocazione. Quando si parla di provocazione in faccende letterarie, poi, il nome di Witold Gombrowicz sorge spontaneo. Il direttore di «Riga», nel 1936 commissiona a Gombrowicz (che l'anno successivo avrebbe pubblicato il suo romanzo d'esordio, Ferdydurke) e all'amico Bruno Schulz (forte del successo de Le botteghe color cannella) un testo ciascuno per la sua rivista. L'iniziativa la prese Gombrowicz, che decise di gettare il guanto contro l'amico, di insolentirlo. Scriveva che su un tram aveva sentito dire alla moglie di un dottore: «Bruno Schulz o è un malato pervertito o un simulatore». L'intento era mettere alla prova la filosofia di Schulz, cercando di risvegliare la parte più istintiva della sua natura: «Scendi giù sulla terra! Il nostro atteggiamento di fronte alla stupidità è forse persino più importante dell'atteggiamento nelle grandi, sapienti, fondamentali questioni». La provocazione sortì il suo effetto, gettando Schulz in uno stato d'ansia. Ciò che Bruno scrisse in risposta all'amico venne letto però come uno smarcamento dall'offesa, un'incapacità di reale reazione.

Ma cosa ha spinto Permunian a riportare alla luce questi battibecchi da letterati (e lo scambio epistolare tra Gombrowicz e Schulz costituisce la seconda parte del volume), queste baruffe tra amici e a costruirci sopra una storia, La plasmabilità artistica del cartone e il suo impiego nella scuola. Una relazione su Bruno Schulz? Permunian, nella sua forma diaristica spuria (si leggano, per esempio, Il gabinetto del dottor Kafka o Dalla stiva di una nave blasfema), ovvero quella di un antiromanzo, o di un diario romanzesco, una forma che insomma si oppone, idealmente, al romanzo tradizionale, alla forma acriticamente abusata da scrittori senza alcun talento, proprio attraverso la provocazione e il pettegolezzo è capace di scrivere le sue pagine più profonde.

La voce narrante cui affida la narrazione è quella di uno studente della scuola in cui Schulz insegnava applicazioni tecniche, un lavoro che al polacco aveva sempre ripugnato («Gli impegni di servizio mi riempiono di orrore, di ripugnanza, raggelano la gioia di vivere», scriveva in una lettera del '36). Schulz considerava i suoi allievi una «marmaglia» che continuava a «sfogarsi sui» suoi «nervi». Permunian, allora, affidando il racconto biografico di Bruno a un suo allievo, quindi a uno di quelli che componeva la «marmaglia», non ha fatto altro che mettersi nella stessa posizione di Gombrowicz, cioè quella di chi Schulz, l'instabile, depresso e nevrotico scrittore ebreo ucciso dai nazisti e tragicamente gettato in una fossa comune, desidera, ancora una volta, provocare.

La verità è che Gombrowicz era riuscito a far emergere la natura più profonda di Schulz. Quell'antica provocazione lo aveva fatto cadere in uno stato d'ansia tale - si era preso una pausa di sei mesi dall'insegnamento nel tentativo di trovare la giusta forma in cui rispondere a quel demone di amico - da svelarne tutta l'insicurezza; un'insicurezza che neppure la sua solidità intellettuale aveva saputo arginare. Permunian, per mezzo di Gombrowicz, ha compreso che per onorare la memoria di Schulz, per far emergere tutta la sua verità umana, doveva colpirlo lì dove lo sapeva più debole. Se anche lui lo provoca, quindi, risvegliando l'offesa subita, non è per scherno, ma per un atto d'amore infinito.