Il problema di Franzen? Non è franzeniano

Il nuovo libro è stato definito "dickensiano". Ma la tradizione si può sovvertire...

Un tempo Jean Paul Sartre si chiedeva, in un lungo libro: che cos'è la letteratura? Semplice, un aggettivo, soprattutto per la critica. Tra gli aggettivi più usati dai critici negli ultimi anni c'è «dickensiano», e con la stessa facilità con cui una volta si usava «postmoderno». Che poi se uno è dickensiano sarà anche, di conseguenza, postmoderno. Così anche Purity, edito da Einaudi (pagg. 656, euro 22), il nuovo romanzo di Jonathan Franzen, è stato all'unanimità definito dickensiano. D'altra parte la stessa protagonista si chiama Pip, come il protagonista di Grandi speranze, quindi lo stesso Franzen invita all'uso dell'aggettivo. Ma cosa significa dickensiano? Significa, in sostanza, il grande romanzo sociale ottocentesco, incentrato su un protagonista più o meno ingenuo che, attraverso una serie di vicissitudini, arriva a una conoscenza più profonda di se stesso (ma non troppa, sennò diventa un Bildungsroman, un romanzo di formazione, benché anche i romanzi di Dickens siano spesso dei Bildungsroman, prima che la critica inventasse il termine).Alla lunga, intrattenimento narrativo a parte, resta ciò che sfugge all'aggettivo di epigonalità. Per cui, negli ultimi vent'anni, possiamo dire che Philip Roth è rothiano, David Foster Wallace wallaciano (benché accusato all'inizio di essere pynchoniano), e Bret Easton Ellis ellisiano (o meglio batemaniano, poiché Patrick Bateman, il protagonista di American Psycho, ha surclassato il suo autore). Invece il centro della trama del romanzo di Franzen è il reclutamento di Pip, una pippa di ragazza che lavora in un call center e vive con un gruppo di squatter che si innamorano e si lasciano in continuazione, nella Sunlight Project, una società con sede in Sudamerica, una specie di gemello di Wikileaks.

Il fondatore è il carismatico Andreas Wolf, a sua volta antagonista di Julian Assange, con propositi meno corrotti e più puri (la stessa Pip si chiama in realtà Purity, ha una mamma psicolabile a cui è molto legata che le nasconde la vera identità del padre, situazione che più dickensiana di così si muore, di noia). Sebbene in realtà ciascuno nasconda un lato oscuro, ma non troppo, altrimenti sarebbe un romanzo dostoevskiano. Tenendo conto che Dostoevskij reputò il suo L'idiota un romanzo fallito, in quanto è impossibile scrivere un romanzo interessante su un uomo buono. Per analoga ragione la Pip di Franzen è troppo buona, una Cenerentola sociale, è una donna sfigata che potrebbe aver inventato Sophie Kinsella ma meno divertente e più noiosa, altrimenti sarebbe un romanzo kinselliano. L'opera, in ogni caso, è sapientemente strutturata in vasti capitoli o blocchi, un autorino italiano se la sogna (a avercene, di Franzen, infatti Christian Raimo ne è rimasto impressionato e ci ha scritto un lungo saggio, più noioso del libro), con cambi di punti di vista, e un narratore onnisciente, ma non troppo onnisciente, altrimenti sarebbe balzacchiano, o come minimo manzoniano.Non ci sono riflessioni memorabili, tutto è orchestrato e tirato alla lunga con sapiente mestiere di romanziere (che però hanno anche autori relegati nel genere come Patricia Cornwell o Ken Follett), altrimenti sarebbe proustiano, o comunque almeno richardfordiano. Non c'è una visione tragica della vita, altrimenti sarebbe rothiano, o bernhardiano, o parentiano, ma solo della società moderna, minimo comune denominatore di ogni romanzo americano, dal minimalismo di Carver al rumore bianco di DeLillo. Il problema di Franzen, e soprattutto dei lettori critici di Franzen, è uno solo: non si sono accorti che la grande tradizione romanzesca dell'Ottocento è stata raccolta dagli Stati Uniti, ma l'innovazione in letteratura passa tanto attraverso la tradizione quanto nel sovvertimento della stessa, un'operazione sottile che è stata ben teorizzata da Roland Barthes. È per questo che è più interessante Joyce Carol Oates di Donna Tartt, altra acclamata dickensiana.Così Franzen, giunto al quarto romanzo, sarà pure «il più grande scrittore d'America», come dice Charles Finch sul Chicago Tribune. Oppure, secondo la solita Michiko Kakutani, sarà vero che Franzen «in Purity dimostra come gli basti appoggiare le dita sulla tastiera per evocare mondi interi, la voce di Franzen si è ampliata di un'ottava». Forse allora è un mozartiano. L'unico problema è che, a fronte di tanta fatica, non riesce a essere ancora franzeniano.

Commenti
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Giano

Mar, 15/03/2016 - 09:40

(2)Il “grande romanzo ottocentesco”, più o meno sociale, aveva una sua funzione "sociale" nell'ottocento; oggi non più. Oggi i romanzi, nella maggioranza dei casi, non sono solo inutili, ma sono anche delle palle pazzesche, direbbe Fantozzi. Buoni per adolescenti sentimentali, per pseudo intellettuali che si danno arie da intellettuali veri, per gente che legge per passatempo illudendosi che i polpettoni pallosi di autori dal nome illustre facciano cultura (ma hanno la stessa effetto culturale di una telenovela brasiliana), e per critici che, scrivendo articoli su chi scrive romanzi, ci campano. Jonathan Franzen ha scritto anche un ottimo saggio “Il progetto Kraus”, del quale stranamente si parla poco, che vale quanto dieci romanzi. Ma forse citare Kraus ed in particolare “Heine e le conseguenze”, per chi fa giornalismo può essere rischioso; come citare Popper quando si parla di televisione.