Quando Havel portò l'uomo e la libertà al cuore della politica

Il saggio di Stefano Bruno Galli racconta la «rivoluzione esistenziale» del leader ceco

Václav Havel (1936-2011), presidente della Cecoslovacchia e poi Repubblica Ceca

Václav Havel aveva 32 anni nel 1968, quando fiorì quella «Primavera di Praga» che oggi lo sappiamo avrebbe rappresentato l'inizio del crollo dell'Unione Sovietica, avvenuto più di vent'anni dopo. La ribellione dei cecoslovacchi venne repressa con i carri armati, e il simbolo indelebile di quei giorni sarebbe stato Jan Palach, uno studente di filosofia ventenne che per protesta si dette fuoco in piazza San Venceslao. «Era semplicemente impossibile non partecipare», dirà Havel. Aveva già rappresentato qualche sua opera, ma non era conosciuto al di fuori del suo Paese, e gli fu impedito di lavorare ancora in teatro.

Possiamo immaginare, nei nove anni successivi, la sua vita di oppositore a un regime a caccia di nemici. Tuttavia nel 1977 partecipò alla stesura di Charta 77, un testo di denuncia contro il mancato rispetto dei diritti umani, civili e politici. Ne sarebbe nata la cosiddetta «Rivoluzione di velluto», che non si opponeva direttamente al regime comunista, ma ne minava le radici e la sostanza. La reazione del governo cecoslovacco fu dura: i firmatari vennero bollati come «traditori e rinnegati» e «agenti dell'imperialismo», molti persero il lavoro, o la patente, o la possibilità di far proseguire gli studi ai figli. Membro di un «Comitato per la difesa dei perseguitati ingiustamente», nel 1979 Havel venne condannato a quasi cinque anni di carcere, che scontò interamente. Eroe e martire, amato per la sua grazia gentile, dopo la caduta del Muro e del comunismo, il 29 dicembre venne eletto presidente della Repubblica, e divenne immediatamente un mito di fama mondiale.

Pochi mesi dopo, mai ci saremmo aspettati, al Premio Malaparte, che accettasse il nostro invito, ma presidente della giuria era Alberto Moravia, con Raffaele La Capria, Giuseppe Merlino e altri amici oggi scomparsi. E Graziella Lonardi era inarrestabile. La grande esperta e collezionista d'arte («Il più bel culo di Capri», amava definirsi, perché non si enfatizzasse troppo la sua intelligenza), aveva fondato il premio nel 1983, e lo avevamo già assegnato anticipando qualche Nobel - a Anthony Burgess, Saul Bellow, Nadine Gordimer, Manuel Puig, John Le Carré, Fazil' Abdulovi Iskander, Zhang Jie. Ci sarebbero state altre premiazioni memorabili, anche dopo la morte di Graziella, per merito di sua nipote Gabriella Buontempo, che ne ha raccolto l'eredità, però quella del 1990 fu indimenticabile. Ero stato cooptato nella giuria, pischello, per la mia biografia di Malaparte, e Graziella aveva saputo creare, attorno al premio e al fascino di Capri, un clima di mondanità colta e divertita.

Fu così che una bella mattina (tardi, con comodo) mi trovai su una barchetta a motore con Havel, Moravia, La Capria, Umberto Eco e Gianni De Michelis, all'epoca ministro degli Esteri nel VI governo Andreotti. Per richiesta di Havel e allegria di tutti andavamo a trovare Rudolf Nureyev, ritirato nello scontroso arcipelago Li Galli, sulla scogliera amalfitana. Il danzatore più celebre di tutti i tempi ci accolse con una sua elegante tristezza, era già malato di Aids, e comunque la sua malattia era sentirsi vecchio, a 52 anni.

Su una terrazza assolata di mare parlò della Madre Russia, che aveva abbandonato da tanto tempo, del suo rapido ritorno su invito di Gorbacev, e del male che aveva fatto il comunismo, però sembrava non gli importasse di niente. Havel lo consolava, De Michelis lo spronava a un futuro d'ottimismo.

Erano tutti famosi, e fu come trovarsi in quelle foto - poi diventate storiche, per esempio quella celebre dei futuristi a Parigi - che il tempo trasforma, da semplice foto, a foto con didascalia: primo da sinistra... L'immagine diventa storica, ma prima e dopo la posa i protagonisti ciarlano del più e del meno, badando a essere brillanti, più che a fondare sistemi e movimenti.

E così fu anche quella sera, quando in un night di via Tragara mi ritrovai a ballare duro con Eco, d'improvviso lieve, e De Michelis, lieve anche lui, con i suoi lunghi riccioli e le movenze di frequentatore assiduo di discoteche che pensate all'epoca scandalizzavano, ignari com'eravamo di chi sa quali ministri degli Esteri sarebbero venuti dopo.

Havel accennava qualche passo, sorridendo e battendo lievemente le mani. Poco dopo si sarebbe dimesso dalla presidenza della Repubblica Cecoslovacca per non firmare gli atti che sancivano la divisione fra cechi e slovacchi, però nel 1993 sarebbe stato rieletto presidente della Repubblica Ceca, splendido rappresentante di una destra liberale.

C'erano anche tante belle donne, e prima o poi forse racconterò meglio quella notte, che per ora ho ricordato soltanto per accompagnare il lettore alla recensione di un libro. Un ottimo libro, né biografia né saggio letterario e politico, piuttosto esplorazione di una mente, di una storia e di un'ipotesi politica: Václav Havel. Una rivoluzione esistenziale, di Stefano Bruno Galli (La Nave di Teseo, pagg. 117, euro 13). Havel teorizzava «Il potere dei senza potere», come si intitola il suo libro più bello, del 1979: cioè una gestione della vita pubblica non basata su una dottrina né sul potere fine a se stesso, ma come impegno civile di tutti. Insomma, preconizzò con la sua «rivoluzione esistenziale» - un populismo che ha avuto sbocchi molto meno esaltanti di quanto sperato.

Galli, che è docente di Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche e assessore alla Cultura della Regione Lombardia, sottolinea la teorizzazione di Havel, che «Non credeva alla rigenerazione dal di dentro del sistema politico consolidato», perché «l'alternativa al sistema doveva essere costruita attraverso una profonda rivoluzione culturale, educando i cittadini alla libertà»: dunque, il primato della cultura sulla politica, e basti pensare al ruolo - ben spiegato nel libro - di Milan Kundera, autoesiliato in Francia. «La vita stessa nella sua imperscrutabile, misteriosa varietà e incostanza, mai poteva costringersi nella grossolana gabbia marxista», disse Havel.

Riguardo ai Paesi satelliti dell'Europa orientale, nota Galli, «è legittimo parlare di un sequestro. Città, popoli e paesi, che per una consolidata tradizione storica usi e costumi, modelli culturali e comportamentali, mentalità collettive e organizzazioni economiche e produttive appartenevano all'Occidente europeo, sono stati rapiti e sottratti allo stesso Occidente per una quarantina d'anni, sino alla caduta del Muro di Berlino». Da qui, oggi, la nostra percezione dell'Europa centrale come «altra» rispetto all'Occidente.

Nel saggio denso di notazioni storiche, politiche, sociali - si scoprono perle come il primo discorso di Capodanno del presidente Havel, il 31 dicembre 1990: «Forse vi chiederete quale repubblica stia sognando. Vi risponderò: una repubblica indipendente, libera e democratica; una repubblica economicamente prospera e nello stesso tempo socialmente equa. In breve, una repubblica umana che serve l'uomo nella speranza di esserne ripagata; una repubblica di persone che abbiano una cultura adeguata, perché senza di essa non si può risolvere alcun problema, sia esso umano, economico, ecologico, sociale o politico». Anche da queste parti la stiamo sognando ancora, perché «La politica», aggiunse, «non può essere solo l'arte del possibile, ossia della speculazione, del calcolo, dell'intrigo, degli accordi segreti e dei raggiri utilitaristici. Che piuttosto sia l'arte dell'impossibile, cioè l'arte di rendere migliori se stessi e il mondo».

Discorsi da intellettuale, si dirà con sufficienza, mentre oggi e qui il ruolo dell'intellettuale è stato relegato ai margini della politica, quasi associandola alle ideologie. Ma è evidente che non ne guadagna né la politica, né la qualità delle democrazie, né tantomeno i cittadini.

@GBGuerri