Quanta nostalgia per l'Italia del mio amico G.

A (quasi) dieci anni dalla morte, un ricordo inedito del cantautore. Pessimista, sincero e un po' filosofo...

Questa edizione del Festival Gaber introduce alla commemorazione dell'artista nel decennale della sua morte, che avvenne il 1° gennaio 2003. Già, è trascorso tanto tempo, ma, come si dice, a me pare ieri quando mi giunse la notizia che non c'era più. È proprio vero che, invecchiando, un giorno non passa mai e un anno, invece, vola via in un baleno.

Di uno che se n'è andato usa parlare bene per convenzione, forse perché non fa più ombra a nessuno. Nel caso di Giorgio Gaber, sarà perché era un amico, sarà perché siamo stati ragazzi insieme, sarà perché le sue canzoni - tutte - hanno segnato le fasi più gradevoli della mia vita, sarà quel che sarà, fatto sta che l'affetto e la stima sono tali che solo a scrivere di lui mi viene la strozza. Non so se mi commuovo perché ricordo la sua figura o perché ripensando a lui compiango un po' me stesso, avendo superato l'età sua (aveva 64 anni non ancora compiuti quando spirò) e avviandomi, quindi, all'ultima curva. Tanto più che ho lo stesso vizio suo: fumo di tutto, sigarette e pipa, perfino sigari. Mi pare di vederlo con la Marlboro fra le dita; non riesco a immaginarmelo diversamente.

Lo conobbi una sera di fine agosto. Era il 1961 o 1962, il suo disco Cerutti Gino spopolava. Si stava svolgendo nella mia città, Bergamo, la Festa dell'Unità, un'occasione ghiotta, per gente di provincia come me, di uscire dalla routine. L'ospite d'onore dei comunisti era quasi sempre un cantante. Quella volta avevano reclutato Gaber, fresco di successo. Si presentò sul palco elegante: giacca blu, pantaloni grigi, scarpe inglesi e cravatta acconcia. Allora era così: i cantanti si vestivano; ora viceversa si coprono di stracci. Interpretò tutto il repertorio, tra cui La balilla e Porta Romana, che è ancora la mia preferita, probabilmente a causa della nostalgia dell'epoca, cioè della giovinezza. La regola d'altronde è questa: quelli andati sono sempre bei tempi, dato che la memoria è selettiva e porta a galla solamente le fasi migliori dell'esistenza. Mi conforta però l'opinione di qualche apprezzato critico: il Gaber esordiente era irresistibile; poi, con la maturità e l'esigenza intima di sfuggire al conformismo, anche politico, si perfezionò nel ramo intellettuale e divenne un ironico cantastorie, bravo nella recita dei suoi brani - talvolta lunghi soliloqui - ma perse in spontaneità pur guadagnando in professionalità e tecnica.

Ipnotizzava il pubblico. Lo faceva ridere con verità stemperate dall'umorismo amaro, nota caratteristica della sua personalità. Posseggo molti suoi dischi e spesso, di notte, li riascolto. Quando arriva Porta Romana la canto seguendo lui, e lo imito goffamente s'intende. Mi godo tutta la produzione di Giorgio: Destra sinistra, un condensato esilarante dei principali stereotipi politici; Un uomo e una donna, in cui lo spirito adolescenziale si mescola con le delusioni della quotidianità; e molte altre suonate, ciascuna delle quali riflette la mentalità corrente e anticipa - profeticamente - le nuove tendenze.

La grandezza del primo Gaber consisteva nella capacità di toccare le corde del cuore (Non arrossire, una poesia, anzi un sogno ad occhi aperti); la grandezza del secondo Gaber consisteva nell'abilità a descrivere in sintesi i luoghi comuni della sottocultura, e a intuire i venturi mutamenti del costume. Trascuro di elogiare le sue doti musicali e canore: sono state acclarate.

Quella sera alla Festa dell'Unità, terminato lo spettacolo, si sedette per rifocillarsi al tavolone dove stavo sorseggiando con amici una bibita. Facemmo due chiacchiere. Avrei voluto rivolgergli molte domande, ma ero intimidito e non aprivo bocca. Se ne accorse, e fu lui a intervistare me su Bergamo, famosa per essere stracattolica, dominata dai preti e, naturalmente, dalla Democrazia cristiana (oltre il 60 per cento di voti). Conoscevo la materia, e le mie risposte lo intrigarono. Nacque una simpatia che alcuni anni più tardi si sviluppò e rinsaldò. Qualche cena in ristoranti secondari.

Era un tipo solitario, curioso ma non invadente, rispettoso. Ogni tanto mi sfuggiva una battuta; lui sorrideva e commentava: «Potrebbe essere il titolo di una canzone». Una sera mi confidò di essersi iscritto alla facoltà di filosofia allo scopo di approfondire la storia del pensiero. Scherzando gli dissi: ma che ti frega della filosofia, leggiti i presocratici, il resto è superfluo, rimasticazione pura di concetti antichi. Mi fissò un istante, sorpreso: «Sono della stessa opinione, ma non l'ho mai espressa perché in fondo sono solo ragioniere e non voglio darmi arie da intenditore». Lo rincuorai: «Se è per questo anche Eugenio Montale era ragioniere eppure ha vinto il Nobel». La notizia lo rallegrò: «Ma dici davvero?». E io: «Certamente, ho lavorato al Corriere quando c'era anche Montale».

Avevo l'impressione che Gaber non cercasse mai di divertirsi. Forse si divertiva quando lavorava, con precisione maniacale. Non era mai soddisfatto di sé e delle cose che faceva. I complimenti lo mettevano a disagio, magari lo infastidivano.

Le nostre discussioni erano gare a chi dei due fosse più pessimista. Vinceva lui. Mi disse: io sono un pessimista scoraggiato, tu sei un pessimista incazzato. Risposi: «Mi incazzo per sentirmi vivo, recito una parte». E lui, di rimando: «Io mi deprimo con piacere per prepararmi a morire». La forza di Gaber era la sincerità. Non mentiva neanche a se stesso, diversamente da noi che ci raccontiamo balle consolatorie.