Quattro ritorni nel nome del padre

I figli alla scoperta del loro genitore biologico. E soprattutto di se stessi

Fabrizio Ottaviani

Siamo sempre sospinti verso il passato, scrive Francis Scott Fitzgerald alla fine del Grande Gatsby e anche Vanni Santoni accoglie il lettore mettendogli sotto gli occhi l'albero genealogico di una famiglia toscana «borghese», «nell'accezione buona di cultura del buon senso, del compromesso e dell'aderenza a set non completamente rivoltanti di valori». Al centro della storia raccontata in I fratelli Michelangelo (Mondadori, pagg. 609, euro 20) c'è Enrico, di madre cattolica e padre ebreo. Raggiunto telefonicamente a Tel Aviv, dove si è recato per approfondire il suo rapporto con i figli di Sion, Enrico è costretto a tornare di corsa a Viareggio dove la madre, non avendo il coraggio di dargli papale papale la notizia, esce dalla stanza e gli manda un sms sul cellulare: «il babbo non è il tuo vero babbo». Il padre biologico di Enrico è infatti Antonio Michelangelo. Una bella carriera all'IBM (come Luciano De Crescenzo), direttore delle risorse umane all'Olivetti (come Paolo Volponi), Michelangelo è stato un impenitente donnaiolo nonché un regista cinematografico e uno scrittore di immenso successo: il suo «Serpi di terra bassa» è un libro che si legge nelle scuole («solo perché è un libro sulla Resistenza più corto di altri», minimizza lui, il finto modesto).

Dall'agnizione, insomma, ci si guadagna, e in vista c'è anche la peripezia: Enrico ha tre giorni di tempo per presentarsi a Villa Fortuna, in quel di Villombrosa-Saltino, dove Antonio Michelangelo ha stabilito di incontrarlo assieme ai fratelli ritrovati, a ognuno dei quali è dedicato un capitolo del romanzo. Un invito allettante, visto che Enrico aspira tutt'al più a una cattedra nei licei e per il momento insegna alla RUTA, un'università fasulla frequentata da ragazze americane in visita a Roma: «la prima settimana tutte serie e rispettose, la seconda affabili, la terza settimana si moltiplicano i ritardi e alla quarta parte l'epidemia di mononucleosi».

Tutto sommato, Santoni ha scritto un libro con molte pagine riuscite e gustose dominato da una trama centripeta (un ritorno moltiplicato per quattro) e una forma centrifuga, esplosa: un romanzo-rete in cui rimangono impigliati brandelli di autobiografia, cascami culturali, lacerti di altri romanzi, riflessioni sociologiche. Del resto, proprio questo è un romanzo, almeno a partire da Balzac; e chi brama la purezza, forse farebbe bene a rivolgersi a un altro genere letterario.