Quei giorni a Clichy in cui Henry Miller scoprì la gioia di vivere

Torna il diario (romanzato) dei primi tempi dello scrittore a Parigi: niente soldi, molto sesso

Ho scoperto Henry Miller durante il servizio militare di leva. Un amico, in un giorno di licenza, mi aveva regalato due libri. Era la situazione ideale per leggere, visto che per la gran parte delle ore, nella caserma a cui mi avevano assegnato, non avevo nulla da fare. Si trattava delle Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij e del Tropico del Capricorno di Henry Miller. Quello che il mio amico mi aveva fornito era da una parte l'idea di un impossibile da raggiungere e dall'altra il modo in cui raggiungerlo. Come dire: fede e sesso, febbre intellettuale e vitalismo, anzi vitalità, allo stato puro. Qui non dirò di Dostoevskij ma di Miller. Nel 1952, introducendo I libri nella mia vita, dove capiamo quanto il nesso tra vita e letteratura sia qualcosa di indissolubile, scriveva: «Tutto ciò che si trova nei libri, tutto ciò che sembra così tremendamente importante e significativo, è appena una briciola di ciò da cui proviene». Se non lo avesse scritto Miller, avremmo pensato a una dichiarazione tutto sommato snobistica, pronunciata da uno di quegli scrittori che fingono che la letteratura non conti nulla pur non potendo farne a meno, perché altra vita, fuori dalla letteratura, per loro non c'è. Eppure, ogni volta che leggo un suo libro, fin da quando facevo il militare, la domanda che mi pongo è sempre la stessa: qual è il senso che Miller dà alla vita? Franco Cordelli ha scritto a ragione che se si parla dell'opera di Miller si finisce per parlare inevitabilmente anche della sua vita. Non c'è scrittore, credo in assoluto, che abbia fatto coincidere tanto strenuamente e fedelmente vita e scrittura, per questo seguendo la successione dei suoi libri abbiamo la percezione di essere gli spettatori di un'esistenza che si rivela a se stessa frase dopo frase. E per questa stessa ragione, mi sembra, l'idea di un romanzo tradizionale gli stava stretta, finendo per prediligere una forma diaristica un diario a cui dava però un'apparenza romanzesca.

Molti hanno ritenuto la sua vita squallida, cinica, per la continua frequentazione di prostitute, per l'impudicizia nel rendere pubblici i suoi atti sessuali. Neppure i cinque matrimoni bastarono a dargli un tono di rispettabilità. Ma se leggessimo tutto questo in una chiave perbenista, non riusciremmo a entrare nella folle profondità delle sue pagine. Quello che in Miller pare cinismo, indifferenza, sprezzo, non è che il suo opposto.

Nel 1930, dopo un viaggio esplorativo per l'Europa, decise di stabilirsi in Francia, dove visse come un clochard: senza un soldo, un tetto sotto cui dormire, un lavoro che gli garantisse un pasto quotidiano, spesso sbronzo. Eppure è proprio qui, in questa condizione e per mezzo di questa condizione, che scrisse il suo primo capolavoro, Tropico del Cancro, che venne pubblicato nel 1934 a Parigi e solo nel 1961 pagando a caro prezzo l'accusa di scandalo e pornografia anche negli Stati Uniti: «Ogni cosa si sopporta: sfacelo, umiliazione, miseria, guerra, delitto, ennui nella fiducia che dalla sera alla mattina accada qualcosa, un miracolo, che ci renda sopportabile la vita». La parola chiave di questo passaggio è evidentemente «miracolo». È proprio a questo termine che Miller attribuisce il senso della vita. Quel miracolo è la gioia. Non la gioia di vivere, ma più esattamente la vita in quanto gioia.

Tornato negli Stati Uniti un attimo prima che l'Europa divenisse il palcoscenico di una strage mai vista prima, Miller rilegge i suoi anni parigini scrivendo, nel 1940 (poi riscritto sedici anni dopo), un diario postumo, Giorni tranquilli a Clichy, che ora torna in una nuova edizione arricchita da alcuni scatti del fotografo Brassaï, immagini di una Parigi notturna alle quali lo scrittore confessò di essersi ispirato (Adelphi, traduzione di Katia Bagnoli, pagg. 173, euro 18). Le situazioni che leggiamo sono quelle a cui Miller ci ha abituati nelle sue opere maggiori: sregolatezza, vissuta da ospite nella casa di un amico, Carl, anche lui puttaniere e aspirante scrittore, alcol, sesso (a una prostituta con cui passa ore di felice passione capita che in uno slancio vitalistico regali tutti i soldi che gli sono rimasti in tasca, senza che questo appaia come un gesto misericordioso, al contrario pentendosene un secondo dopo, quando i morsi della fame si acuiscono). In queste pagine, il senso di quel miracolo, il senso di quella gioia, di quella vita come gioia, ci appare più chiaro. Miller ci avverte che non bisogna confondere questa gioia con una scema idea ottimistica. Piuttosto andava intesa in un senso più profondo; ovvero che nella vita, anche quando il mondo sembra fare di tutto per annientarsi, pure quando la fame e gli stenti sembrano annichilirci, all'uomo resta sempre una possibilità di godimento. Tale atteggiamento, voglio dire l'indifferenza alle incombenti tragedie della Storia, nelle pagine di questo diario ma pure nel Tropico del Cancro, fu qualcosa che lo scrittore George Orwell, pur comprendendolo e in qualche misura giustificandolo, gli rimproverò. Ma a chi ha voluto leggerlo con la lente della Storia, è sfuggita la ragione di quel miracolo, di quell'evento che si perpetua in tutta l'opera di Miller. Che non può esservi gioia, e dunque vita (col suo conseguente godimento), senza essersi prima liberati della propria stessa coscienza. Del resto, lo scrive chiaramente nell'incipit del Tropico del Capricorno (dando alla coscienza il nome di «anima»): «Una volta mollata l'anima, tutto segue con assoluta certezza, anche nel pieno del caos». Il punto, dunque, è che per Miller vivere pienamente la vita significa liberarsi prima di tutto della vergogna stessa di vivere; in altre parole, liberarsi da ogni senso di colpa. Solo allora la vita ci apparirà come un «miracolo», un «paradiso» di cui possiamo finalmente godere la gioia.