Rabbia Red Hot Chili Peppers: "Sul palco come a vent'anni"

Anthony Kiedis: «Abbiamo ancora tante canzoni inedite» A Bologna show molto potente (oggi e domani replica a Torino)

dal nostro inviato a Bologna

Altro che pop, questi pestano ancora duro. I Red Hot Chili Peppers non sono hard rock, sono hard e basta, hanno chitarre aggressive, una batteria chirurgica quasi come quella di Lars Ulrich dei Metallica e un basso dinoccolato e una voce sgarruppata come da tre decenni e pazienza se il nuovo disco The getaway è stato prodotto dal vellutato e furbissimo Danger Mouse. «E dire che ho pure un po' di mal di gola, roba comune per chi è in tour ma non tutti fanno i cantanti come me», ha confessato Anthony Kiedis, capello e baffo meticolosamente neri, poco prima di salire in scena.

Poi comunque è stata una festa (in sala anche Valentino Rossi e Cesare Cremonini). Quattordicimila persone (attenzione: quasi tutti più giovani dei componenti della band) hanno saltato, ballato e cantato per quasi due ore all'Unipol Arena esattamente come sta accadendo in tutta Europa e accadrà stasera e domani al PalaAlpitour di Torino sul palco di Live Nation. E che i sopravvissuti californiani Red Hot Chili Peppers (a parte il defunto Hillel Slovak sono vaccinati ai vizi estremi del rock e sapete tutti quali siano) vogliano evitare la solita liturgia dei concerti si capisce dall'inizio, visto che arrivano in scena uno dopo l'altro senza tante smancerie e il batterista Chad Smith inizia subito a divertirsi con il bassista Flea, uno dei folletti più imprevedibili del rock tanto è minuscolo scatenato e tinto di biondo platino. Cinque minuti di minuetto tra tamburi e assoli slappati cui si aggiunge il frangiuto chitarrista Josh Klinghoffer, la vera dark side di questa band che davvero Cant't stop, non «può fermarsi» come recita il primo brano. «Il tour è sempre stancante ed eccitante, però ora abbiamo anche tanti brani inediti da parte», dice Kiedis, 54 anni, sorriso beffardo, fidanzata poco più che ventenne, capace di scatenarsi sul palco a torso nudo e scolpito (per la gioia delle ragazze) salvo poi sparire ogni dieci minuti dietro le quinte. Dani California molto aggressiva, poi Scar tissue e Dark necessities.

Dopo 60 milioni di copie vendute e sei Grammy Awards, i Peppers ormai sono una band a geometria variabile, cambiano assetto in scena per compiacere e compiacersi e insomma svalvolare il rituale standard dei megaconcerti. Ad esempio Flea canta sguaiatissimo Nervous Breakdown, l'ultra punk dei Black Flag e l'alienato Klinghoffer addirittura raddoppia, smembrando prima Spectre dei Radiohead e poi dissanguando persino Five years di David Bowie, uno dei guru della band che, non a caso, qui a Bologna è andata quasi per intero al Mambo a visitare la mostra «David Bowie Is». L'altro riferimento è probabilmente Elton John, che in The Gateway suona il piano nell'anonima Sick love. «Lo amo da sempre», dice Kiedis: «Quando avevo 11 anni a Los Angeles sono entrato a casa di Bernie Taupin, che è il suo autore storico e ho visto il pianoforte di Elton John». Scusi, Kiedis, ma Sir Elton che cosa ha risposto quando gli avete chiesto di suonare per voi? «Ha solo scandito: dimmi quando». Dopotutto i Red Hot Chili Peppers sono gli scapigliati che hanno preso i fondamentali dell'hard rock per poi togliere il freno al funk e diventare inimitabili. Suck my kiss dirompente. Californication cantata a squarciagola da tutti. «Con quel disco abbiamo scoperto di avere un rapporto particolare con l'Italia: quando è uscito, eravamo a Milano e il pubblico cantava già le canzoni a memoria: mai successo altrove».

Un po' forse è merito dell'ondata di popolarità chic data dal romanzo di metà anni Novanta Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. Anche se Jack è in realtà John, Kiedis sa bene di che cosa si tratta: «Però non l'ho letto. Frusciante ha lasciato due volte la band. Al primo giro ero arrabbiato, al secondo ho capito che era la cosa giusta». E ora la cosa giusta per questi californiani scalmanati è non mettersi limiti e suonare la strepitosa Give it away proprio come hanno fatto l'altra sera per salutare il pubblico: incalzante, potentissima, quasi liberatoria giusto per ricordare che il rock serve essenzialmente a divertirsi, a lasciarsi andare senza pensare al dopo. Così.