Renzo Paris, come fare i conti (letterari) con l'esistenza

Andrea Caterini

Con Il mattino di domani (Elliot, pagg. 144, euro 16,50) Renzo Paris chiude la sua trilogia poetica iniziata nel 1980 con Album di famiglia e proseguita con Il fumo bianco nel 2013. In questa sua ultima raccolta si percepisce il desiderio di chiudere il cerchio, l'ansia di non tralasciare niente, di dire tutto, sfavorendo in certi casi quell'ironica malinconia che è la sua consueta felicità d'espressione e che tanto lo avvicinava ai poeti latini. Allora, si percepisce un difetto d'accumulo, come l'incapacità di rinunciare a qualcosa, di lasciar fuori qualche verso o un intero componimento; o, ancora, di non saper rinunciare a una struttura troppo forzata come quella delle quattro stagioni (che vorrebbero essere, nelle intenzioni dell'autore, la metafora delle stagioni della vita e che invece appaiono più come metafore di umori).

Paris dà al contrario il meglio quando torna a essere se stesso; lì dove la sua reale ispirazione, quel tono da eterno giovinetto che è ciò che ce lo fa leggere con passione, lascia fuori dal racconto quegli «oggetti sociali», documentaristici (la ragazza musulmana, «una giovane zingara», «le frotte di indiani», o la cinese che guarda il telefonino alla cassa di un negozio di cianfrusaglie) che lo allontanano dalla verità della sua poesia. Le poesie più belle sono infatti quelle in cui prende di petto la sua condizione esistenziale, il brivido di sentirsi assediato dall'approssimarsi della morte, quando avverte la paura della fine, la malinconia del distacco da ciò che ha amato, non solo dagli affetti, ma pure dai paesaggi che lo hanno accompagnato e gettato le fondamenta del suo carattere (il Gran Sasso, la «montagna tibetana della mia vita», numerose specie di piante, ma anche gli animali, volatili soprattutto, coi quali stabilisce un dialogo). Paris, dentro quei paesaggi, rivede la propria esistenza, la riattraversa, torna alle estati della sua infanzia («Vado all'indietro, cerco la mia infanzia»), cercandola e trovandola anche nei ragazzini e ragazzine che incontra per la strada e che riaccendono il desiderio e l'allegrezza, insomma la vita. Torna alle sue origini, alla sua nascita il giorno in cui venne al mondo, durante la guerra, in quell'Abruzzo brutale e verissimo «È pur sempre/ un rischio di morte nascere a mezzanotte,/ nell'ora del delirio e delle streghe». Una memoria tramandata, o immaginata, ma assolutamente sincera.