Ricamo, classici, Lady Gaga. Francesco Vezzoli ci è o ci fa?

Ironico, snob e simpatico, mescola la cultura alta con quella bassa. Vanitoso come i suoi miti, è l'unica vera rockstar dell'arte italiana

Una volta, maliziosamente, Francesco Bonami scrisse che ciò che contava soprattutto nel lavoro di Francesco Vezzoli fosse la rubrica telefonica. In effetti, l'ultima superstar dell'arte italiana ha messo su, in circa vent'anni, una rete di contatti davvero invidiabile: non solo critici e curatori di livello internazionale, ma anche i più grandi collezionisti, attrici, soubrette, divi di Hollywood, registi, scrittori, cantanti, imprenditori e magnati. Oltre alle conoscenze e alle amicizie, Vezzoli vanta una volontà straordinaria e una tenacia che gli consente di realizzare tutto ciò che ha in testa. Ironico, snob, simpatico, Francesco (nel giro giusto tutti lo chiamano per nome) difficilmente sbaglia un colpo. A ciò, certo, vanno sommati talento, immaginazione e la lungimiranza di puntare sempre in alto, dove in un modo o nell'altro arriva sempre.Chi lo conosce bene sa che oltre all'arte quindi non solo lavoro, ma anche cene, feste e incontri mondani che per un pr come lui sono fonti d'ispirazione indispensabili - non c'è altro: Vezzoli è letteralmente ossessionato dal suo mondo, dalle sue visioni, dai suoi progetti. Indifferente ai beni materiali e alla possibilità di costruirsi una posizione economica da ricco, vive come un gesuita, si circonda di poche cose, si alleggerisce di qualunque peso. Pensa e lavora senza sosta.

A scorrere le quasi 400 pagine della monografia in uscita per Rizzoli International (in italiano e inglese, alla modica cifra di 130 euro, insomma Vezzoli non è per tutte le tasche) si resta impressionati dalla quantità di opere prodotte dalla fine degli anni '90 a oggi, niente affatto a discapito della qualità perché, pur prendendosi talora il rischio della ripetizione, l'artista bresciano è talmente ambizioso e preciso da non scivolare (quasi) mai nella maniera di sé. Un gigantesco volume, questo, su cui insieme alla curatrice Cristiana Perrella e all'art director Patrick Li ha lavorato alacremente al fine di disegnare un monumento di sé composto dalle immagini di tutte le sue opere e da ben ventisette scritti di addetti ai lavori e di celebrities, tra cui spiccano l'attore James Franco e il suo primo sponsor, Miuccia Prada.C'è davvero tutto, dai video con la «Trilogia del ricamo» che gli valse l'attenzione della critica all'ultima fase scultorea, contrassegnata dalla memoria dell'antico e del classico come radice fondante della propria concettualità. In mezzo passano le tre Biennali di Venezia, gli show con Lady Gaga, Jessica Alba, Sonia Braga e Bianca Jagger, il remake di Caligola e lo spot diretto da Roman Polanski, il recupero degli eroi televisivi come Iva Zanicchi e quello di vecchie glorie del cinema italiano come Helmut Berger finite nel dimenticatoio.

Vezzoli, spiega Perrella nell'introduzione, ha sempre analizzato i rapporti, talora perversi, tra il mondo della comunicazione e quello del potere, affrontando temi spinosi quali il divismo, la religione, il sesso e la politica. La sua scommessa, peraltro vinta, è stata quella di contaminare l'alto e l'aulico con gli elementi più commerciali e triviali: Albers e il porno gay, Wilde e le soap opera, Pasolini e Sonia Braga, il Bolshoj e le discoteche. Considerando estremamente fluido il confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è, Vezzoli si è spinto al di là del postmoderno, ha preso cultura alta e cultura bassa gettandole in un frullatore. Ciò che ne è venuto fuori è il risultato del suo inconfondibile e inimitabile marchio, che qualcuno giudica eccessivo e ridondante, mentre gli ammiratori sono veri e propri fan che stravedono per lui e lo adorano come l'unica rockstar dell'arte italiana.Se dovessimo rintracciare un solo elemento a far da collante al suo eclettismo formale, Vezzoli potrebbe risultare come l'artista delle lacrime, tale e tanta la sua passione per il melodramma. Si è divertito, con un certo sadismo, a far piangere le sue dive avvolte dal misticismo proprio delle icone gay. Ne ha ricamato i volti con perizia artigianale, con la maniacalità di chi ha visto nel taglio e cucito un riscatto per quelle pratiche basse, di femminea quotidianità, il riscatto nei confronti di un'arte machista e troppo sicura di sé, oggi superata.Belloccio, vanesio, vanitoso come i suoi miti, per Vezzoli apparire conta almeno quanto esserci, e nell'appendice del prestigioso volume ha voluto raccontare al suo pubblico l'aspetto più glamour e scintillante del suo fare. Non c'è rivista di prestigio che non se lo sia coccolato, fotografandolo in pose che dell'artista hanno poco, persino Annie Leibovitz ha accettato di fargli un ritratto. Probabilmente non esiste al mondo chi abbia avuto il coraggio di dirgli di no: troppo ammaliante e paraculo, il Francesco.