Per ricordare Pasolini, meglio scordare il pasolinismo

Parlare di Pasolini dimenticando il pasolinismo. Allontanare l'uomo dalla leggenda. Obiettivo di Nicola Mirenzi nel suo Pasolini contro Pasolini (Lindau, pagg. 160, euro 14).

Pletora di politici e lettori: moderni evangelisti impegnati «pro domo loro» a divulgarne il verbo. Certo quella morte violenta ha contato, eccome. «Se non hai una tesi sulla morte di Pasolini, non sei nessuno» dice ironicamente l'autore. Non «semplice» omicidio, ma rocambolesca fondazione di una religione. La morte come giustificazione di una vita, non una fine ma un inizio.

L'opera di Pasolini (ri)nata il 2 novembre 1975. Il significato della sua missione, dicono, parte da lì. Evento sul quale si sono esercitate le più sfrenate fantasie complottiste, complice un ultimo romanzo Petrolio rimasto incompiuto. «Pasolinidi» orfani di Pasolini in carne, ossa e pensiero. Già, quale pensiero? PPP difensore della diversità, per esempio. Condizione che viveva con ruvida sofferenza. Lontano anni luce dalla cultura gay. Il più noto omosessuale d'Italia non c'entra nulla con le icone gay. PPP fa sesso coi ragazzi di borgata, possiede (carnalmente) la loro innocente libertà. Se ne infischia della normalità. Non vuole il favore degli altri, non ricerca ragioni di tolleranza. Questa, dice, è uno stadio del potere capitalistico che controlla i fenomeni sociali.

Eppure i conti non tornano. Da morto PPP diventa bandiera della lotta all'omofobia. Quell'addolorato autotormento quasi un grido di dolore viene sacrificato nella prepotenza del politicamente corretto. È la sintesi di un destino idealmente e biologicamente differente. Mente e corpo separati: virtù esaltate, vizi e abitudini obliate. Pasolini perennemente nostro alleato. Si punta sul cavallo ma ci si dimentica del fantino. Pasolini a destra, di destra o che parla e agisce da destra. C'è anche un Pasolini uomo d'ordine che nessuno ha dimenticato. Quello che «s'inventa» magistrato. Lui che aveva subìto procedimenti giudiziari a iosa. Il guaio (o la fortuna) è che il processo che avrebbe voluto intentare contro la classe dirigente era un «mito». PPP voleva «far maturare una coscienza di ciò che è accaduto nel paese», le sue ragioni, le sue insistenze erano più politiche che pratiche, più simboliche che tribunalesche. Ciò le rendeva incredibilmente smisurate. I fustigatori della politica l'hanno presa dal lato sbagliato. Ovviamente, conclude Mirenzi, i «tifosi» non hanno mai letto i suoi articoli.