Dal romanzo alla serie e ritorno Il medioevo ai tempi della tv

Il bestseller è al secondo adattamento. Con qualche semplificazione e una storia fin «troppo» d'amore

Quando nel 1986 il regista Jean-Jacques Annaud trasse un film - del tutto autonomamente - dal romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco, pubblicato sei anni prima, il confronto fu inevitabile. Si disse: ha fatto un giallo, dimenticando l'aspetto teologico-filosofico dell'opera letteraria; ne è uscito un blockbuster, trascinato dalla star di turno (Sean Connery); si sono semplificate trama e sottotrama, suggerendo addirittura - dove il testo negava il finale da love story - che Rosa fosse un nome di donna, l'unico amore terreno del giovane Adso, spazzando via tutti i sottili rimandi alla sapienza medievale. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus... E ora, quarant'anni dopo, dal romanzo di Eco, attraverso l'ulteriore mediazione del film di Annaud, arriva una serie tv targata Rai... Il Medioevo ai tempi del Binge watching. Cosa dirà oggi il grande pubblico (anzi c'è da scommettere: grandissimo) di fronte a una fiction storica in quattro puntate, da cento minuti l'una, che condensano un libro da 600 pagine?

Ne sarà incantato, prevediamo. Per la ricostruzione d'ambiente, e non solo. John Turturro è un Guglielmo da Baskerville meno agente segreto e più umano del troppo piacione Sean Connery. Rupert Everett è solo un gradino sotto l'inflessibile perfidia di Murray Abraham. Michael Emerson - il Benjamin di Lost, ve lo ricordate? - è inattaccabile come abate: più spiritato che spirituale. Roberto Herlitzka è sempre bravissimo: qui è un vecchio monaco saggio (ma c'è un copista albino che fa troppo Codice da Vinci). E Fabrizio Bentivoglio, che pure non è il miglior Remigio si possa immaginare, è in parte. Ecco, forse il giovane Adso - qui è Damian Hardung, nel film del 1986 era Christian Slater - è sempre troppo hollywoodiano. Si spoglia e ha l'addome a tartaruga. Perché? Invece, ed è un peccato, la deformità fisica e la ripugnanza morale dei personaggi di contorno - dal frate ritardato, Salvatore, al diabolico Jorge, il cieco - sono state normalizzate. E invece, quel Medioevo, era davvero brutto e brutale...

Medioevo, anno domini 1327. La trama è universalmente nota (il romanzo ha venduto 55 milioni di copie e il film fu un successo globale): frate Guglielmo da Baskerville e il giovane novizio Adso da Melk raggiungono un'isolata abbazia benedettina, sulle alpi dell'Italia nord-occidentale, per partecipare a una disputa tra l'Ordine Francescano e il Papato. Ma al loro arrivo si trovano coinvolti in una catena di morti misteriose... Semplificando: nel romanzo di Eco la trama gialla era solo uno, e neppure il più importante, fra i livelli di lettura. Nel film di Arnaud era di fatto l'unico, seppure ben svolto. Nella serie tv (alla cui sceneggiatura lo stesso Eco fece in tempo a partecipare) è primaria, ma non unica. Il nome della rosa voluto dalla Rai non è un semplice giallo storico (anche se la sigla, da True detective al tempo dell'Inquisizione, è forviante), ma qualcosa in più: il tentativo di raccontare una società. Riuscendoci, pur con inevitabili limiti.

Eccoli. Il prologo del romanzo viene necessariamente superato da un paio di scritte in sovrimpressione sulla situazione politica dell'Europa del tempo. Il racconto comincia nel mezzo di una battaglia, che non c'è nel libro ma che offre a Adso una riflessione molto corretta, seppure storicamente anacronistica: «Mio padre mi diceva che combattevamo insieme una guerra giusta. Ma nessuna guerra lo è. Il mondo non si cambia uccidendo». Una frase che nessuno avrebbe pronunciato nel Trecento. E che Umberto Eco infatti non scrisse. Ma che aiuta molto se una fiction vuole parlare di temi odierni come la tolleranza, la pace, la razionalità che vince le divisioni... E se proprio si vuole segnare un'altra differenza tra l'originale e la serie tv, c'è il ruolo della ragazza che seduce Adso. Che qui pesa molto di più sia rispetto al film sia rispetto al romanzo, dove la figura della donna è quasi bandita.

Per il resto, visto anche il minutaggio (di fatto quattro film insieme), c'è molto spazio per le disquisizioni «teologiche» (ad esempio sulla povertà della Chiesa), per il fenomeno dell'eresia (e la setta dei Dolciniani) e sul simbolo della biblioteca come Conoscenza, attorno a cui tutto ruota, anche se il latino è solo una nota a margine del doppiaggio. In omnibus requiem quaesivi, et nusquam inveni nisi in angulo cum libro. La chiave del romanzo, e della serie tv, non è l'assassino. Ma l'insegnamento di Guglielmo a inizio della fabula. «Il mondo è un grande libro. Impariamo a leggerlo correttamente». Una lezione che vale, eccome, anche ai tempi dello streaming.