Rosetta Loy dà a "Cesare" quel che è di Garboli

In un capitolo del Secondo diario minimo, «Come difendersi dalle vedove», Umberto Eco dava suggerimenti molto spiritosi su come impedire che la memoria dei grandi scrittori, premorti alle loro compagne, fosse deturpata. Il Cesare di Rosetta Loy (Einaudi, pagg. 132, euro 17) fa tirare un sospiro di sollievo: a parte qualche attenzione eccessiva per la suppellettile e i ristoranti della Versilia, il volume si legge con piacere e spesso con commozione.

Il Cesare del titolo, naturalmente, è Garboli, uno dei massimi critici letterari del secolo scorso nonché il più invidiato. Figlio salutato da cento colpi di fucile di un imprenditore che fu anche sindaco di Viareggio, allievo di Longhi e di Sapegno, legato a lungo a Susanna Agnelli e da un'altra Agnelli, Marella, sottratto fortunosamente alle lame di un chirurgo pasticcione, Garboli incontra la Loy negli anni Settanta, quando la futura autrice delle Strade di polvere, il libro che lanciò la moda del romanzo familiare, un genere divenuto poi infestante, era spostata a Peppe Loy, fratello del regista Nanni. Per sé, la Loy disegna un ruolo appartato e Cesare è per tre quarti un florilegio delle formidabili prefazioni che Garboli dedicò ai suoi autori. Dominano le poesie di Sandro Penna, interpretate come se «da una riva opposta e lontana mi facessero dei segni diversi dalle loro parole»; appare il fantasma di Matilde, la figlia tubercolotica che Alessandro Manzoni espunse dalla sua vita, precipitando nell'abisso di un cristianesimo mostruoso, ripugnante, dove la carità era introvabile; e ancora il memorabile Pascoli diabolizzato: perché mentre mezzo mondo inseguiva i prevedibilissimi amori di d'Annunzio, Pascoli in segreto concepiva e nutriva le perversioni più rare.

C'è spazio anche per l'uomo che temeva i gatti neri, leggeva l'oroscopo di Waldner, seguiva i telefilm di Derrick e proibiva alla Loy di riempire il frigorifero: «una mattina sono arrivata con una busta traboccante di ricci crespi di invidia e rughetta: la sfuriata è stata immediata». Altrettanti indizi di un sistema esistenziale dove nulla era lasciato al caso. Quando, vecchissimo, morì Talleyrand, il re, sospettoso, si chiese cosa ciò potesse significare e se l'evento non celasse una trappola. Garboli si è spento nel 2004, al Quisisana. Forse è opportuno ricordare che si tratta della stessa clinica nella quale era morto Gramsci.