Quando il "realismo" è fuori dal mondo. E soffoca la musica

L'ansia di attualizzazione è stato uno sfregio all'opera di Verdi

Il Loggione ha ragione. E anche Bolle. Roberto Bolle, entusiasta ed entusiasmante ballerino che, in evidente imbarazzo, ha dichiarato: «Trovo esagerato il realismo della scenografia. Non dà magia e credo che il pubblico abbia bisogno di sognare». E, in effetti, La traviata racconta il sogno infranto di una giovane donna socialmente inadeguata all'epoca sua. È evidente, da mille prove, che la sua condizione non è più attuale. Ci possono essere eccezioni, ma sono tali, non la regola. Lo prova, ad abundantiam, l'esperienza (economicamente) positiva di una “Traviata” del nostro tempo, perfettamente redenta: Veronica Lario. Dalla parte opposta di Bolle, fingendo di vivere sulla luna e non ricordando, per esempio, il caso drammatico del suo collega Antonio Calenda, ingannato e rapinato da una ballerina, in vertiginosa ascesa sociale, sta il Sovrintendente in scadenza, Stéphane Lissner, che delira contro ogni logica: «Questa Traviata rappresenta il futuro del teatro, il cui compito è quello di confrontare il repertorio con il mondo di oggi». Ancora la vecchia e stantia retorica, che lo condusse a commissionare il più brutto Tristano e Isotta della storia, della «attualizzazione». In verità l'attualità della musica (anche d'opera) è nella musica stessa, nell'emozione che suscita, nella capacità dell'interprete musicale e canoro di farci partecipi, oltre il tempo, delle emozioni del personaggio, con i suoi amori, la sua gelosia, il suo divertimento. Chi sarebbe Otello oggi? E chi Rigoletto? Non è necessario farli diventare il marchese Casati Stampa o il padre di una ragazza extracomunitaria uccisa. Nella loro rabbia, nella loro disperazione, essi evocano ogni rabbia, ogni disperazione. Non c'entrano nulla con la cronaca.

Le novità che piacciono a Lissner sono Violetta e Alfredo amanti in cucina; e ancora Alfredo che fa ruotare la pizza come un vero pizzaiolo e taglia nervosamente la verdura, e Violetta in pantofole con pop pon di cigno. Natalia Aspesi, con l'ansia di essere adeguata ai tempi, non risparmia una frecciata a chi rimpiange una Traviata «fortemente zeffirelliana, cioè vecchissima», dimenticando la sobria ed esemplare regia di Liliana Cavani. Niente è più insensato, ma è solo un fatuo titolo di Repubblica: «Il coraggio di andare oltre Verdi e la Callas». La prima cosa, con La traviata, è impossibile e impraticabile; la seconda è contro natura. Perché la voce di un interprete è la voce di un interprete, al di là del tempo. Ed è naturalmente attuale. O esiste qualcuno più «attuale» di Glenn Gould per interpretare Bach, o di Arturo Benedetti Michelangeli per interpretare Chopin? L'intelligenza di un'interpretazione è una questione personale, di sensibilità, non di attualità. Eppure molti fingono di non capirlo. E arriva il regista russo Tcherniakov che trasferisce sul palcoscenico della Scala l'arredo del ristorante tipico, tra via Solferino e via Fiori Chiari, che frequenta a Milano. Certo gli amori difficili e impossibili, ma non più per la disparità delle condizioni sociali, possono essere ambientati ovunque. Ma Verdi ci racconta una storia, e noi ne vediamo un'altra. Il regista non ha il diritto (o non dovrebbe averlo) di violentare il musicista. Certo, Don Giovanni è spagnolo, e potrebbe essere anche cinese o indiano. Ma non si vede perché. Altrimenti Mozart ce lo avrebbe detto, chiamandolo «Don Jolly».

È giusto che una Traviata sgangherata piaccia a un uomo volgare come Maroni, ma certamente Verdi avrebbe preso a schiaffi sia Lissner sia Tcherniakov. In questo contesto resta colpevole, benché veniale, anche il richiamo del direttore Daniele Gatti a Mandela, con annuncio verbale che toglie aura alla silente autorità direttoriale. Per Mandela basta la retorica dei giornali e delle televisioni. Non serve La Scala. Sarebbe stato più generoso e coerente ricordare il grande collega di tante stagioni alla Scala, Wolfgang Sawallisch, direttore della Filarmonica, morto quest'anno. A lui, dimenticato, e non a Mandela, ovunque celebrato, avrebbe dovuto rendere omaggio il grande teatro, con un minuto di silenzio. Ma i luoghi comuni rendono comuni anche gli interpreti originali. Nessun dubbio, infatti, sulla bontà della direzione musicale, rigorosa, a differenza dell'insolente regia. Pertinente e opportuno è, invece, il soggiorno coatto del ministro Cancellieri a San Vittore, per garantire ai carcerati la stessa e amorosa assistenza che aveva dato a una ragazza infelice e provata, come Traviata e, nel fisico, ben più corrispondente all'illustre prototipo della ammiratissima Diana Damrau, meravigliosamente Traviata, nei gesti e nella parola cantata, benché placidamente rotonda e non affetta da tisi o anoressia. Con questo modello, si poteva sentire Traviata persino la Cancellieri, che ha dichiarato, tra identificazione e senso di colpa: «Siamo tutti traviati. Non esiste una parte giusta e una parte sbagliata in tutte le cose».
press@vittoriosgarbi.it

Commenti

eliolom

Lun, 09/12/2013 - 14:48

Il realismo del regista e' stato un pugno dato in faccia a Verdi?In quel realismo, sia per colpa del regista, dello scenografo, del direttore d'orchestra, si e' perduta la poesia della musica di Verdi. Questi signori vogliono capire che la scena voluta dal maestro, di cui festeggiamo i 200 anni della nascita, si compendia, si fonde, con la sua musica ed il tutto diventa poesia.

plaunad

Lun, 09/12/2013 - 16:19

I teatri dove osano fare le loro porcherie quegli alcolizzati dovrebbero andare desertati dagli spettatori

nonna.mi

Lun, 09/12/2013 - 18:33

Caro Sgarbi! lei è il vero prototipo del "Genio e Sregolatezza"... alle volte si rende sgradevole con intemperanze che io dimentico nel sentire come Lei ci fa vivere e capire un'opera d'Arte in ogni dettaglio che quasi sempre sfuggirebbe a noi che non abbiamo la sua grandissima Cultura e la sua prodigiosa Memoria ! Perchè è così differente nel suo carattere oscillante fra il Massimo dell'espressività e la Miseria della volgarità (abbastanza spesso)? Anagraficamente potrei essere sua madre e mi rattristo quando vedo e sento come riesce a danneggiarsi..Ci aiuti ancora e sempre a capire il Bello: è un suo dovere che non deve tralasciare. Myriam

Ritratto di makisenefrega

makisenefrega

Lun, 09/12/2013 - 20:15

Bellissimo articolo, però dissento sulla musica... caro Sgarbi, non ti sei accorto che il ritmo è stato volutamente rallentato per facilitare quei mediocri cantanti... è stata una gran vera porcata... ipocritamente lo sapevano anche coloro che applaudivano e che difendono... incluso Re Giorgio, notoriamente appassionato di opera lirica.