La Scala inizia un anno sprecato

Durante una stagione decisiva, il sovrintendente Pereira a mezzo regime non potrà garantire la qualità necessaria

Dopo consultazioni, dotti pareri, svariate convocazioni e l'immancabile strascico di illazioni e supposizioni, sull'intera vicenda che riguarda il futuro assetto del maggior teatro d'opera italiano, la Scala, aleggia un senso di non risolto. E questo scenario di disunità viene esibito proprio mentre dai colli più alti (come dal comune buonsenso) giungevano inviti alla coesione, per evitare il lancio degli stracci in prossimità dell'imminente «vetrina» di Expo 2015. Ma si sa che quando si tratta della Scala gli appetiti si scatenano e tutti vogliono dire la loro. Una ventilata vacanza di potere ha rimesso in moto ambizioni sibilline espresse a mezza voce e dato luogo a «manovre» che covavano sotto la cenere. Come avrebbe detto Alessandro Manzoni, dagli atrii muscosi e dai fori cadenti, file di candidati (i soliti noti di una sorta di compagnia di giro in agguato) sono riemerse per incanto, bussando alla porta dei loro patron, sensibili questi ultimi a cavalcare la polemica nei convulsi giorni che procedono le tornate elettorali. Se le cose italiane in Europa destassero la stessa attenzione il nostro sarebbe un paese già fuori dalla crisi. Liste di successori sono state stilate ad insaputa magari anche degli stessi nomi che abbiamo letto (e a prescindere dall'idoneità dei citati). E quello che di solito si risolve nelle sedi appropriate è finito in piazza gonfio oltre ogni dire, diventando un «casus belli» con fazioni e schieramenti. Tutto questo senza considerare l'interesse primario: quello del Teatro alla Scala, dove già le opacità della transizione e le interferenze hanno generato nuovi impicci. La cosa peggiore, anche in un teatro, è l'istituto della non decisione. Anche in questo settore più gente parla, meno le cose vanno bene. In parole chiare: c'è confusione. Un conto è dibattere, un altro fare «ammuina». Per allestire una programmazione all'altezza della storia della Scala bisogna lavorare con il giusto anticipo, perché viviamo tempi globalizzati, con quel che ne consegue. Non è più possibile fare come nei decenni addietro, quando fidando nel solo prestigio-Scala, i collaboratori erano lì ad attendere e si poteva chiudere un contratto con soli sei mesi di anticipo. Oggi gli artisti di rango preferiscono avere certezze e lavorare dove le scritture si perfezionano con i tempi imposti dal mercato. E non parliamo a caso, perché i passati e gli attuali responsabili hanno avuto defezioni, anche prestigiose. Si attendeva, dopo tanti rimpalli di competenza, una presa di coscienza che facesse chiarezza soprattutto sulla questione temporale. Il risultato elaborato dal Sindaco-Presidente, Giuliano Pisapia, e dal Consiglio di Amministrazione della Scala, di circoscrivere il mandato da Sovrintendente di Alexander Pereira al 31 dicembre 2015, salva gli spettacoli predisposti in occasione dell'Expo. E dopo? È come se oggi contasse solo questo. D'altronde, siamo in Italia. Pereira, dal canto suo ha percorso una strada di non ritorno impostagli da più parti (Roma, Milano), ma non ha gettato la spugna dopo aver fatto ammenda. Pur sapendo che una gran parte dei cosiddetti poteri forti gli è contro, ha dichiarato di considerarla come una chance: solo i fatti a venire diranno se ha avuto ragione o torto. I risultati, in clima sereno, potranno essere valutati a tempo opportuno nell'autunno prossimo. Anche in questo caso abbiamo dovuto constatare che molti, troppi, si sono esibiti nel dare giudizi, consigli e chi più ne ha più ne metta. Ma, una cosa è certa, nei teatri c'è il dietro-scena e l'avanti-scena, e solo chi vive quotidianamente i problemi del dietro-scena ha diritto di interloquire con le carte in regola, con il rispetto dovuto a chi deve giudicare. Il resto è chiacchiera.