La scrittura, i giornali, il garantismo e i gatti. Vita, battaglie e ricordi dell'"Irriverente" Feltri

Dalla difesa di Enzo Tortora all'amicizia con Gaber, la carriera di un «direttore»

Quanto è fantastico Vittorio Feltri. Che tutti chiamano sempre direttore, perché in effetti è una vita che dirige i giornali, giornali che quando ha preso in mano lui, anche quando vendevano mille copie, sono diventati successi da centinaia di migliaia di copie. Io stesso, a vent'anni, sono cresciuto leggendo L'indipendente. Perché lo dirigeva Vittorio Feltri. Che non è solo un direttore, è un artista geniale della parola che ha sempre saputo arrivare ai lettori, un rivoluzionario, uno che è sempre stato dieci passi avanti agli altri. Non per altro viene preso di mira continuamente dall'Ordine dei giornalisti, come se Feltri potesse stare in un ordine.

Non a caso il suo nuovo libro s'intitola L'irriverente (Mondadori). Titolo quanto mai appropriato, e libro autentico, schietto, pieno di aneddoti di vita, di personaggi incontrati, e di umorismo sprezzante, e di battaglie vinte sempre andando controcorrente. Devo dire che ho sempre evitato i libri di memorie dei giornalisti, mai letto un libro di Enzo Biagi, o di Giorgio Bocca, e di nessun altro, ma di Feltri non me ne sono mai perso uno. Perché Feltri è Feltri.

Ne L'irriverente c'è, tanto per cominciare, il Feltri garantista, fin dall'inizio. Pensate a Enzo Tortora, tutti oggi lo citiamo come un'infamia della giustizia italiana, ma all'epoca non era così. Quando fu arrestato non c'era uno che non fosse colpevolista. Anzi, per la verità uno c'era, era appunto Vittorio Feltri. Che da solo svolse delle indagini e convinse l'Italia dell'innocenza del noto presentatore. «Mi prendevano per il culo, ma non me ne fregava niente». Non risparmiandosi, oggi, di puntare il dito contro i colleghi (se Feltri può avere un collega): «Ai miei giornalisti qualche volta rammento che scrivere non è come pisciare, ma devo ammettere che alcuni scrivono come se pisciassero. E lo fanno controvento».

C'è un Feltri amico di Giorgio Gaber, e se non ci credete leggete le bellissime pagine dedicate alla loro amicizia, e di una cena in cui discutevano su cosa fosse la destra e cosa fosse la sinistra, vi ricorda qualcosa? Sì, la canzone Destra-Sinistra nacque proprio da una cena in trattoria tra Gaber e Feltri. Tra l'altro Gaber era triste perché non era laureato, e si era iscritto all'Università, ma Feltri lo dissuase: «Gli stilai dunque sul momento la lista di intellettuali, scrittori, poeti, giornalisti, scienziati, che non avevano mai frequentato l'università e che pure nelle università erano entrati sì, ma come autori da studiare e mai nel ruolo di studenti. Annoverai Eugenio Montale, Umberto Saba, Gabriele D'Annunzio, Benedetto Croce, Grazia Deledda, Enzo Biagi, Orio Vergani, Salvatore Quasimodo, Walt Disney, Henry Ford, Gugliemo Marconi». Gaber rinunciò a laurearsi, per fortuna, diventando Gaber a tempo pieno. Grazie a Feltri.

C'è un Feltri radicale, che ha lottato per le condizioni dei detenuti, amico di Marco Pannella, che accompagnò in campagna elettorale a Palermo su un aereo sgangherato, un viaggio tragicomico perché mentre tutti avevano paura di morire Pannella dormì durante tutto il viaggio. Insieme misero a punto una strategia per salvare Enzo Tortora, facendolo eleggere nelle liste del Partito Radicale.

Così come c'è un Feltri intimo, che racconta una vita non proprio semplice, da quando era ragazzino e faceva il barista e consegnava il latte a domicilio, e rende omaggio alla mamma, grandissima lavoratrice, come d'altra parte non si dimentica di tutti i direttori con cui ha lavorato, coloro che gli hanno permesso di diventare Feltri. C'è anche un Feltri che perde l'amata moglie e da giovane si ritrova da solo a mantenere due figlie.

Ma forse il Feltri più intimo viene fuori con i gatti, ai quali è dedicato un lungo, intenso capitolo finale, ciascuno con una sua piccola biografia felina commovente, più importanti perfino della famiglia. Vecio, trovatello imboccato da Vittorio per un mese, Agostino, «che irruppe nella mia esistenza quando ero già padre di quattro figli», e poi Grigiotto, Amalia, Camilla, Ciccio Grigiotto. Rappresentano il lato tenero di Feltri, che in realtà di lati teneri ne ha molti, ma custodisce per sé, perché odia ogni retorica sentimentale. Solo per i suoi gatti non si risparmia, e chi lo segue su Twitter lo sa.

A proposito mi viene in mente una recente lite con David Parenzo a La zanzara, dove quest'ultimo accusava Feltri di essere insensibile, nonostante amasse tanto i gatti. Feltri, dopo avergli dato del pirla, ha aggiunto: «Meno male che non sei un gatto, altrimenti mi toccherebbe rispettare perfino te».