Se i grandi scrittori sono grandi amici

Da Byron e la Shelley a Wilde e Conan Doyle Ecco i legami che hanno aiutato la penna

Giuseppe Prezzolini disse che senza James Joyce «nessuno di noi si sarebbe preso la pena di leggere i romanzi di Italo Svevo». È in effetti molto probabile, perché spesso ad accorgersi dei grandi scrittori sono stati altri grandi scrittori, raramente i critici. E spesso tra i grandi scrittori sono nate grandi amicizie, e alcune di queste ve le racconta Paolo Gulisano in un libro appena pubblicato da Edizioni Ares, Là dove non c'è tenebra (pagg. 208, euro 14). Amicizie da non confondere con lo scambio di marchette a cui è abituato l'attuale demi-monde letterario: quelle sono scambi di favore tra impiegati e amici della domenica vari, qui si parla di stima e solidarietà tra giganti.

Come l'amicizia tra Herman Melville e Nathaniel Hawthorne. Entrambi produssero i loro capolavori tra il 1850 e il 1851, e non c'era la minima invidia tra di loro, ma un'enorme stima. Moby Dick, forse il romanzo più importante della letteratura americana, non fu compreso dalla critica statunitense e non ebbe successo tra il pubblico, e alla morte di Melville i giornali gli dedicarono giusto un trafiletto come ispettore di dogana autore, en passant, di qualche romanzo d'avventura. Ma l'autore de La lettera scarlatta comprese subito che il suo amico aveva scritto un capolavoro.

Erano notoriamente intimi amici Lord Byron e Mary Shelley, e nelle loro vacanze sul lago di Ginevra parlavano molto di scienza (quando mai oggi gli scrittori parlano di scienza?), delle teorie sull'evoluzione di Erasmus Darwin (il nonno del Charles che avrebbe cambiato per sempre la storia della scienza), degli esperimenti dello scienziato italiano Luigi Galvani per rianimare con l'elettricità i corpi, e dalle loro chiacchierate nacque l'idea di Frankenstein.

Ma non molti ricordano un'amicizia particolare tra due scrittori molto diversi: quella tra Oscar Wilde e Arthur Conan Doyle. Particolare nel senso che non aveva niente di omosessuale (con Oscar Wilde non si sa mai, una volta disse a Pierre Louÿs: «Credevi io avessi degli amici? Ho solo degli amanti») ma basti pensare che l'editore americano Joseph Stoddart invitò entrambi questi giovani scrittori in un hotel londinese per proporgli di scrivere due libri. Era il 1889, e l'uno scrisse Il segno dei quattro, e l'altro Il ritratto di Dorian Gray. Fu proprio Oscar Wilde, nei circoli letterari di Londra, a incoraggiare Doyle a scrivere, altrimenti forse non avremmo mai avuto Sherlock Holmes.

A volte gli amici scrittori si sposano, come Raymond Carver con la poetessa Tess Gallagher, altre volte diventano compagni di bevute, come Ernest Hemingway e Francis Scott Fitzgerald, uniti, come afferma il biografo Donaldson, da una comune necessità di distruzione e autodistruzione. Fu Fitzgerald, anche in questo caso, non un critico, a presentare nel 1924 all'editore Max Perkins il suo giovane amico appassionato di corride e di pesca che stava disperatamente cercando di emergere.

Celebre l'amicizia tra Max Brod e Franz Kafka, il quale come è noto chiese all'amico di bruciare tutti i suoi manoscritti dopo la sua morte (ma se davvero voleva perché non se li bruciò da solo?), e pensare che all'epoca era Max Brod lo scrittore famoso, Kafka era uno sconosciuto. Ma ancora più celebre l'amicizia tra Ranieri e Leopardi, che nel libro di Paolo Gulisano viene ridimensionata. Giustamente direi. Non tanto il legame tra di loro quando Leopardi era vivo (strazianti le lettere di Giacomo al primo allontanamento dell'amico, tipo: «Oh Ranieri mio! Quando ti recupererò? Non ti stancare mai di amarmi»), ma quello che successe dopo. Sarà perché Ranieri è sempre stato uno scrittore mediocre e un arrivista, non per altro in seguito divenne perfino deputato e senatore.

Nel 1880, a quarant'anni di distanza dalla morte del genio di Recanati, pubblicò il libro Sette anni di sodalizio con Leopardi, pieno di falsità e che ha contribuito a diffondere molti cliché ancora circolanti nelle scuole e nell'immaginario pubblico. Come quello di Giacomo gobbo, infelice, frustrato, ma anche delle vere e proprie menzogne, come il fatto che lui avrebbe mantenuto Leopardi. Quando poi è venuto fuori il contrario: sono state trovate delle cambiali firmate da Leopardi per mantenere Ranieri.

Senza contare che Ranieri si portò a letto la famosa Fanny Targioni Tozzetti, famosa per aver rifiutato Leopardi, non per essere andata con Ranieri, che senza Leopardi sarebbe rimasto uno sconosciuto. Insomma, diciamola tutta: in questa storia di grandi amicizie, Ranieri, l'unico amico di Giacomo, era uno stronzo. E anche Fanny, che ci avrebbe fatto una più bella figura a darla all'autore de L'infinito.