Se la «Peste» spazza via ogni metafora

Nel libro di Camus si può vedere tutto. Ma dentro c'è solo la fragilità umana

Massimiliano Parente

Ma davvero c'è sempre bisogno di interpretare tutto simbolicamente? Kafka come visionario che anticipa il nazismo, come Sade e Nietzsche, cosa che è toccata anche a Albert Camus, basta rileggersi la nuova traduzione de La peste (Bompiani) di Yasmina Mélaouah e reinterpretare tutto alla lettera, come dovrebbe essere la letteratura. Insomma Camus è un realista estremo, non ha bisogno di stampelle simboliche, per quanto possa venirne la tentazione.

Certo, la peste, a Orano, città senza vegetazione e senza anima, è un castigo divino, ma solo secondo le parole del prete Paneloux e di chi gli va dietro, metafisicamente. Tuttavia la voce narrante in terza persona è quella del dottor Bernard Rieux, un medico appunto, uno scienziato, la cui massima ambizione è non essere santo né eroe: «Essere un uomo, questo mi interessa». E dunque, la peste come il nazismo, come metafora del male, della guerra? E perché non, allora, la peste come la peste? Se Camus avesse voluto parlare della guerra avrebbe scritto La guerra, non La peste.

Ci hanno provato anche con Dostoevskij a infiocchettarlo, ma con la scusa della «polifonia» non possiamo mettere in bocca all'autore la visione del mondo di Alësa e di Ivan Karamazov contemporaneamente. In realtà nell'opera di Camus tutto è biologico, dai topi morti che proliferano all'inizio a dare l'infausto segnale, alle descrizioni degli sfaceli fisici, sangue e febbre e bubboni. L'uomo combatte contro un morbo naturale, la vita, anche senza peste. La morte collettiva non è più simbolica di una morte singola, come la morte di Ivan Il'ic, ne è solo la somma narrativa.

Così come il resto: la speranza che ci sia un ordine superiore delle cose, è vanificata dall'essere un'attitudine umana troppo umana. Alla fine non c'è salvezza né redenzione, solo la certezza che quanto è accaduto potrà riaccadere, e se male c'è è il male della natura, leopardianamente parlando. Un domani, di nuovo, «la peste avrebbe svegliato i suoi topi e li avrebbe mandati a morire in una città felice». Ma la città felice esisteva? Orano lo era? Solo come idea, perché la peste ha svelato la vera natura degli uomini, gli egoismi, gli opportunismi, le paure. Vedeteci dentro la guerra, il nazismo, l'Aids, la catastrofe della burocrazia di fronte alle tragedie, ma l'unica metafora assoluta è quella della fragilità umana di fronte alla morte. Non c'è lieto fine perché non può esserci: è una cruda favola per adulti, non per letterati.