Se tornassimo indietro rifaremmo gli stessi errori...

Massimiliano Parente

Immaginate di tornare indietro di dieci anni e di poter rivivere la vostra vita e anche rimediare ai vostri errori, pensate che sareste in grado di farlo? In teoria dovremmo prima sapere se conserviamo o meno la memoria del cosiddetto senno del poi, altrimenti, alle medesime condizioni, reagiremo più o meno allo stesso modo. Non secondo l'ultimo romanzo di Kurt Vonnegut, Cronosisma, uscito nel 1997 e ripubblicato da minimum fax: qui l'umanità, in seguito a un terremoto temporale, retrocede di dieci anni, dal 2001 al 1991, per continuare a ripetere gli stessi identici atti.

La frase in epigrafe è da antologia e emoziona gli intelletti portati per gli abissi: «Tutte le persone, vive e morte, sono puramente fortuite». Dentro poteva starci una radicale critica del libero arbitrio fondata sulle neuroscienze, una visione evoluzionistica dell'umanità come lo stesso Vonnegut realizzò in Galapagos, una suggestiva visione del tempo e della coazione a ripetere, come nel film Edge of tomorrow, invece niente di tutto questo. Infatti l'opera che segue è un gran guazzabuglio di materiali eterogenei, cuciti sulle macerie di un precedente romanzo smembrato (Cronosisma Uno) e che raccoglie frammenti autobiografici dello stesso autore, aneddoti vari, riflessioni, metaracconti, e li fa ruotare intorno al protagonista Kilgore Trout, autore di fantascienza fallito e alter ego in numerosi altri romanzi. Risultato: il romanzo non va né avanti né indietro, non ha neppure una trama, e non è il Finnegans Wake.

Nei frammenti, montati dentro capitoli sconclusionati, fioriscono tuttavia pensieri esilaranti su temi di varia umanità, e il migliore riguarda i fallimento dei matrimoni: «Nelle conferenze sostengo sempre che minimo il cinquanta per cento dei matrimoni va a rotoli perché la maggior parte di noi non ha famiglie allargate. Oggi, quando ci si sposa, ci si becca una persona soltanto. Sostengo che quando una coppia litiga non lo fa per soldi, sesso o potere. Quello che vogliono dire coi loro strepiti è: Tu non sei abbastanza gente!».

In ogni caso, concetto ricorrente del libro: «vivere è una gran merdata». Rivivere, peggio ancora. Sebbene durante il cronosisma sia possibile rilassarci in quanto si possono vivere dieci anni con il pilota automatico. È il libro che nella vicenda sta scrivendo Trout, I miei dieci anni con il pilota automatico, e che viene raccontato al Vonnegut autobiografico. Morale della favola: «Nella vita vera, così come durante una replica conseguente a un cronosisma, la gente non cambia, non impara mai nulla dai propri sbagli, e non chiede scusa».

Una prova del nove della logica di Vonnegut è che Nicola Lagioia scrive una prefazione dove si capisce quanto poco abbia capito del romanzo, che secondo lo stesso Vonnegut faceva schifo, a tal punto da decidere di renderlo un ibrido senza arte né parte e pubblicarlo per noia (e per vecchiaia). Lagioia sale sulla cattedra che si porta sempre dietro e sociologizza, attacca il refrain degli scrittori che sono stati in guerra e dell'Europa come terreno di scontro e di identità eccetera eccetera, dimostrando che perfino senza un cronosisma Lagioia continua a scrivere le stesse cose su ogni autore. Avessi scritto io invece la prefazione, sarebbe stato semplice, e l'editore poteva perfino stamparla in una fascetta: «Un romanzo magnifico, se lo avesse scritto Michael Crichton».