Sebastiano Filocamo: "Anime nere? Racconta la solitudine dell'uomo"

Tredici minuti di applausi a Venezia per la pellicola ambientata nell'Aspromonte. Ne parla uno degli attori

Sebastiano Filocamo sul set di "Anime nere" / Francesca Casciarri

A Venezia ha avuto tredici lunghi minuti di applausi. Si tratta del nuovo film di Francesco Munzi dal titolo “Anime nere”, storia di ‘ndrangheta vista attraverso il dramma familiare di una famiglia calabrese in lotta con un clan rivale. Tratta dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, la pellicola è ambientata a Africo, profondo Aspromonte, e narra la storia di tre fratelli implicati in faccende pesanti di criminalità, ma il taglio della trama non segue cliché televisivi, è tanto minimale e priva di fronzoli da somigliare più a una tragedia greca.

Una narrazione arcaica, di estetica perfetta, che ci viene raccontata meglio da uno degli attori non protagonisti, Sebastiano Filocamo, già affermato interprete di “Tutti i rumori del mare” di Federico Brugia e bravissimo attore di teatro e di cinema che vive a Milano e che si concede a una chiacchiera con noi dopo essere appena rientrato dal clamore della Laguna.

Si tratta di un dramma familiare, umano, psicologico che ho visto finalmente da spettatore – ci racconta Filocamo – rendendomi conto di quanti piani di lettura sia ricco il film e della sua potenza civile e poetica. Mi ha emozionato. Tutto è ispirato da archetipi emotivi dove è inevitabile non riconoscersi. Il regista Munzi con la fotografia di Vladan Radovich ha scelto inquadrature sulle facce forti, quasi pasoliniane, con paesaggi e persone intense, livide, immerse in una profonda oscurità, per raccontare il dolore. Si tratta di un lavoro complicato, molto pensato, Munzi ha preso molta gente del posto mischiandoli ai professionisti, il lavoro di produzione è stato mastodontico, avevamo vari coach per la lingua, e lì in ogni paese il dialetto cambia, adattarsi è stata un’impresa.

Il suo ruolo è secondario, questa volta. Come mai ha accettato?

Arrivavo dal successo di “Tutti i rumori del mare” e avevo già detto qualche no, quando sono stato chiamato per questo ruolo, confesso che all’inizio ho avuto qualche dubbio. Poi durante le prove in Calabria con gli altri attori ho avuto la certezza di essere dentro uno straordinario progetto e non solo un film. Così con l’incoraggiamento di Fabrizio Ferracane e Marco Leonardi e il consiglio saggio di mia madre ho deciso con la pancia ed è stato un sì. E ora eccomi orgogliosamente nel cast. In “Anime nere” faccio il ruolo del figlio del boss rivale, i Tallura. La mia non è una parte da cattivo vero, non uccido nessuno. Il mio ruolo è quello di uno sospettoso, guardingo, che non si fida di nessuno perché appartiene a un mondo malavitoso, ma cerco di mantenere i rapporti”.

Cosa le è piaciuto di più del film?

La cosa splendida è stata la grande condivisione di tutti. Nessuna rivalità, aiuto reciproco tra colleghi e reparti. Francesco Munzi ha saputo fare un lavoro speciale sulle persone, fino a creare unione e realizzare un film che sa prendere allo stomaco proprio perché tutti nel cast tifavano per tutti i protagonisti, professionisti e non. Siamo stati uniti contro le difficoltà e ho conosciuto colleghi e un regista straordinari Io ho vissuto alcuni giorni in una casa isolata, nel disagio, per raggiungere il set eravamo scortati dalla Guardia Forestale in zone impervie e senza segnali, col rischio di perderci. Un labirinto. E le difficoltà o separano o uniscono, noi siamo stati capaci di creare un collante.

L’ha aiutata a crescere professionalmente, quindi?

Decisamente sì. Vede, io faccio teatro dal 1982, trent’anni di questo mestiere e sono sempre finito su progetti che mi motivassero, non ho mai inseguito il denaro o la popolarità. Ho perfino paura a fare cose che non mi piacciono. Paura di espormi e poi non essere soddisfatto, preferisco scegliere con delle ragioni profonde. Ad esempio lavoro con un gruppo di persone che hanno problemi psico-fisici e sociali e io cerco di farli andare al di là delle loro barriere, senza pietismo però. Collaboro con la Onlus Stravaganza da tredici anni perché ci credo, stiamo lavorando ad un nuovo progetto che parla di fatti quotidiani, che diventano denuncie contro l’omofobia, il femminicidio, gli omicidi di stato. Per la parte musicale mi avvalgo della collaborazione di due giovani musicisti: Andrea Torresani e Giordano Colombo che tra gli altri hanno suonato con Battiato e Anthony all’Arena di Verona . Il corpo racconta...Vengo dagli insegnamenti di tanti maestri dell’ avanguardia teatrale degli anni 80. Un nome per tutti: Pina Bausch, dove il corpo diventa elemento del racconto di una situazione, il corpo è espressione e linguaggio. E mi avvalgo anche della poesia, elemento che colpisce a livello interiore come ogni arte e che purtroppo si sta perdendo. Scelgo le poesie di Pierluigi Cappello, uno dei miei preferiti. Questi ragazzi arrivano a raccontare quello che loro stessi sono, in quanto attori e non come malati. Nessuna compassione e ammiccamento sono previsti.

Anche in Anime nere si parla degli esseri umani...

Esatto, è proprio la stessa cosa. Nella pellicola la ‘ndrangheta è vista attraverso faccende personali, attraverso gli esseri umani. Si racconta la solitudine dell’uomo, il suo disagio, che nel mondo reale si percepisce anche solo camminando per strada. Oggi non si dà più importanza allo sguardo, al contatto tra le persone. Tutti sono assorti nel loro smartphone o tablet, si pensa ossessivamente a stare connessi col mondo e non si guarda più intorno a noi. Come le ho detto, non faccio questo mestiere per esibirmi o per gloria, ma per offrire spunti di riflessione e in questo momento più che mai ce n’è bisogno.