Sensuale, anticonformista, diva Addio Proclemer, musa del '900

Dopo una carriera favolosa, ha recitato fino all'ultimo (al cinema con Ozpetek). Il compagno di una vita Albertazzi: "Voleva l'eutanasia, ma le ho detto di no"

Quando le scene erano di cartone, lei - culto della dizione, presenza carismatica, talento e carattere da vendere - era già un'attrice vera: preferiva recitare in endecasillabi, comunque in versi. Oggi che gli attori sono di cartone e le scene di plastica, Anna Proclemer, morta ieri nella sua casa romana, se n'è andata da star, liberandosi nel giorno della Liberazione quasi sotto silenzio. Iconica fino all'ultimo, con 70 anni di carriera alle spalle, ancora aggiornava sul web un'autobiografia che astralmente coincide col suo secolo, il Novecento: erano ricordi, lettere, foto, aneddoti e persino poesie. E mentre i grandi vecchi salvano il Paese in articulo mortis, dell'ultima gran dama del secondo dopoguerra artistico, nata a Trento il 30 maggio del 1923, c'è molto da raccontare. Perché la sua esistenza è andata di pari passo con le tappe evolutive di tanto teatro, cinema, radio, doppiaggio e creatività italiani spariti, che si può dire incarnasse una «Magnifica presenza» svanita insieme a lei. Non a caso autori di cinema, stanchi di attrici gné-gné, che non sanno porgere la battuta, o farsi semplicemente capire dal pubblico, l'avevano riscoperta. Affidandole pure ruoli ingrati: è il caso di Ferzan Ozpetek, che in Magnifica presenza, drammatico film dell'anno scorso, la calò nella parte dell'infame, ovvero Livia Morosini, attrice che durante la guerra denunciò i compagni di lavoro, impegnati nella Resistenza. «M'hanno fatto più vecchia di quello che sono, non posso perdonarlo!», civettava lei, considerandosi «un pigmeo del cinema».

E invece no: con una piega della bocca, nobilitava filmetti come No problem (2008) di Vincenzo Salemme, o aggiungeva un'impronta col suo sguardo a opere impegnate come Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi. È che la vita le piaceva e la sua arte ancora di più, nonostante Giorgio Albertazzi, stretto ad Anna dei miracoli dal 1956, in perfetta simbiosi professionale ed umana, ora affermi: «Voleva che l'aiutassi a morire e io, che pure credo all'eutanasia, non ho mai avuto il coraggio di dirle di sì: era così lucida, mi sarebbe sembrato ancor più un delitto. Però la portavo fuori a cena, per rallegrarla». Albertazzi prosegue ancora: «Era straziante nell'ultimi periodo, non sopportava il decadimento dei sensi, non ci vedeva e non ci sentiva più». Anticonformista un passo avanti, da brava trentina la Proclemer già nel '46, quando sposò lo scrittore e drammaturgo siciliano Vitaliano Brancati, padre della loro figlia Antonia, aveva il pallino dell'indipendenza economica. «L'indipendenza economica è sempre stata per me una questione vitale. Non concepisco l'idea di farmi mantenere», scrive, mentre il boom è lontano e le donne italiane passano dalla casa del padre a quella del marito. Per fortuna, il cinema come industria comincia ad avere bisogno della voce calda e forte di Anna per doppiare le attrici più in voga: da Greta Garbo a Jean Harlow, da Deborah Kerr ad Anne Bancroft. E doppia a rotta di collo, col pancione, in piedi per quindici ore davanti al microfono. Ma è il teatro la sua passione divorante, che la porterà lontano da Brancati, intellettuale meridionale che mal sopporta le tournée in giro con altri uomini interessanti, a volte aitanti. Eppure, «ciò che per lui era solitudine, per me era libertà», nota la Proclemer, che a Milano, in Piazza Scala, sotto la pioggia, col teatro che l'aspetta, ha finalmente un'agnizione: è lì, la felicità. Tra quelle assi, su quel palco, davanti al suo pubblico, che intanto l'apprezza, sia che reciti Sofocle sia che indossi un vestito di lamè ne I sequestrati di Altona, «con un decolté che arrivava alla vita e un fondoschiena alla Penelope Cruz», ricorda lei.

Col passare degli anni, la coppia Brancati si divaricò, fino al divorzio, nel 1956, non senza un lascito di Anna a Vitaliano: La governante, commedia che Brancati scrisse nel 1952 e che, nell'Italia bacchettona di allora, fu censurata, ricalcava certi racconti epistolari dell'attrice, fatti al marito all'epoca in cui dovette prendere a servizio una tata, severa donna ipersensibile alle strane attenzioni di un'altra domestica di casa. Ironica e spiritosa, Anna non si scompose neanche quando nella vita di Albertazzi irruppe,mentre erano in coppia, la bionda texana Penny Brown, «hippy con la carta di credito di papà, un ufficiale americano». Temperamenti di donna finiti col secolo scorso.