Sensuale e insolente La ragazza fragile che divenne gran dama del cinema

Voce calda, labbra da mordere è stata la musa di Buñuel, Malle, Fassbinder e Antonioni

Ha vissuto come un ragazzo. Insolente e in libertà permanente come la ribelle Catherine di Jules et Jim, film di culto di François Truffaut, del 1962. Profumandosi secondo le stagioni, però: genziana bianca d'inverno e foglie giapponesi d'estate. Jeanne Moreau, la gran dama del cinema e del teatro francesi nata a Parigi nel 1928, se n'è andata ieri a 89 anni, nella sua casa parigina al Faubourg Saint-Honoré, dopo aver lavorato con i registi più prestigiosi di Francia e del mondo: Luis Buñuel (Diario d'una cameriera), Rainer Werner Fassbinder (Querelle de Brest), Michelangelo Antonioni (La notte), Orson Welles (Il processo) e Louis Malle, André Techiné, Bertrand Blier. Grandi nomi per una grande interprete che ha dato vita a ruoli iconici: la domestica impertinente di Diario d'una cameriera, l'intrepida Maria di Viva Maria!, in coppia con B.B., o la misteriosa Armande in Nikita di Luc Besson profittavano della sua bellezza da bruttina erotica e cinegenica.
Voce calda e labbra da mordere: ciak, si gira. Per 65 anni. Ha lavorato subito, Mademoiselle, cresciuta durante l'occupazione in un appartamento accanto a un cinema e da ragazzina pensionnaire alla Comédie-Française per guadagnare qualche soldo, ma di nascosto dal padre Anatole, gestore d'un ristorante a Pigalle, che lo venne a sapere dalla prima copertina di lei su France-Soir. Di famiglia modesta, dalla madre inglese Kathleen, ballerina alle Folies-Bergére in appoggio a Joséphine Baker, apprese la disinvoltura. Niente maturità, per Jeanne che a quattro anni segue gli insegnamenti di zio Arséne: leggere a voce alta e scandire le parole.
Uno dei suoi amanti, Marcello Mastroianni insieme a Truffaut, Sacha Distel, Georges Moustaki, Louis Malle, Pierre Cardin, Josée Dayan... - di lei diceva che era una donna completa perché, dopo aver fatto l'amore, piangeva. Era il suo modo di ringraziare l'uomo che l'aveva presa: grande attrice. E grande lettrice: Diderot, Malraux, George Sand, Joyce e Marguerite Duras, l'amica «Margot», con la quale girava per bistrot, parlando ore davanti a bicchieri di vino rosso. Una donna di testa, più che di cuore. «Ho avuto un figlio (Jerome, dal marito-regista Jean-Louis Richard, al quale seguì William Friedkin, ndr). Non ne volevo. Lo so di choccare molte donne. Ma non sono un tipo materno. C'è un'età in cui si vive dentro la seduzione, o si è sedotti. È uno scambio. Per una donna, è riprovevole. Per un uomo, è normale», scandì in un'intervista. Verso l'ultimo, le scrivevano i giovani e i solitari, per parlare di cinema con lei, che aveva girato film buoni, ma privi di successo: Mademoiselle di Tony Richardson, da un testo di Jean Genet, o Eva di Joseph Losey.
Attrice originale, regista interessante, Jeanne (Jeannette per gli intimi) Moreau ha debuttato nel settembre del 1947, alla prima edizione del festival di Avignone, con Jean Vilar: da allora, non ha più lasciato la scena. Cantando anche le canzoni del suo amico Serge Rezvani, o Tourbillon de la vie, motivo-simbolo di Jules et Jim. Nel paesaggio della modernità questa star popolare, ma elitaria è tra gli ultimi simboli dell'emancipazione femminile. Pop e snob come Mike Jagger. Donna e maschiaccio. Una che deve la celebrità a Louis Malle e a Miles Davis, con i quali, nel 1957 girò Ascensore per il patibolo, splendido vagabondaggio in bianco e nero per la Parigi Nouvelle Vague: Miles con i sogni della sua tromba e Jeanne con lo sguardo triste, la camminata elegante, il timbro di voce inusuale.
Un'anti-Bardot, lei pure icona d'una modernità sexy e solare: le due venivano contrapposte. Donna di testa e donna di letto, entrambi seducenti, arroganti, indipendenti. Difficile non pensare all'importante avventura estetica di Jeanne, così ieratica nel trio amoroso di Jules et Jim, mentre la Rete, più forte del cinema, mostra volgari accoppiamenti multipli.

Commenti
Ritratto di Dario Maggiulli

Dario Maggiulli

Mar, 01/08/2017 - 13:13

Cinzia Romani, un'orrenda prosa la tua, con un fraseggio orribile. Jeanne Moreau si può prendere a modello dell'universo femminile oltraggiato, di più, stuprato, dalla letteratura cinematografica che ha sempre puntato ad ottenere dalla donna il contenitore in cui riversare i più carnali desideri erotici. Esagerando, nell'altro versante, a farne vittima indifesa del prepotere maschio. Roger Vadim, nelle confessioni di alcune, ebbe comportamenti depravati da far rabbrividire. Il pianto di Jeanne dopo l'amore, scaturiva dal trattamento sgraziato ricevuto. Particolarmente in quel mondo, gli uomini non sanno fare l'amore, diseducando -la donna- Quel parlare per ore nei bistrot con l'amica, dopo i deludenti incontri vissuti. -13,13 - 1.8.2017