Serve l'"Arminuta" per scoprire i segreti di una famiglia

Può un legame di sangue garantire una reciprocità umana? È la domanda che mi sono posto leggendo il terzo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, L'Arminuta

Può un legame di sangue garantire una reciprocità umana? È la domanda che mi sono posto leggendo il terzo romanzo di Donatella Di Pietrantonio, L'Arminuta (Einaudi, pagg. 164, euro 17,50), che segue a Mia madre è un fiume e Bella mia (editi da Elliot). Di chi è realmente sorella l'adolescente protagonista, appunto l'Arminuta, la «ritornata»? Di Adriana (e dei suoi fratelli) dai quali torna dopo che, ad appena sei mesi d'età, è stata affidata fino ai tredici anni a un'altra famiglia benestante, in città, oppure di un neonato che non conosce ancora, ma che è la causa, anche se non la colpa, dell'allontanamento da chi l'ha cresciuta? Ancora: se la famiglia d'origine poverissima, arcaica è davvero la sua famiglia, per quale motivo viene percepita come un'estranea, nuovamente accolta più per dovere che per una reale partecipazione?

Sono convinto che il maggiore pregio del libro sia uno stridore linguistico dovuto a una ragione di contenuto. Cioè, la lingua di Donatella Di Pietrantonio dà il meglio quando esprime l'attrito di due mondi che si scontrano contaminandosi: la percezione del mondo piccolo-borghese di una ragazza di città, in attrito con la petrosità di una famiglia contadina. Ed è Adriana, la sorella minore, il vero collante dei due scenari sociali; quella che sogna un'altra vita, sapendo conservare l'autenticità del mondo a cui appartiene. Se però leggessimo questo libro in senso tragico (quindi legato al mito), o attribuendogli una visione del mondo naturalistica, non potremmo non notare una proiezione della povertà e della miseria come qualcosa di stereotipato e in certi casi macchiettistico (la madre anaffettiva e manesca; il padre silenzioso e altrettanto violento; i ragazzini affamati, fratelli dell'Arminuta, che si avventano sul poco cibo che hanno). Così come il dialetto usato non è certo una lingua, ma un gergo, una cadenza, come dire un'evocazione.

L'Arminuta è invece una favola. «Ho costruito una favola possibile per giustificare agli altri, insegnanti, compagni di scuola, la famiglia deserta che mi vedevano intorno». E se è vero che scopo delle favole è separare il bene dal male alla fine di una trama che conserva un segreto, Donatella Di Pietrantonio, la quale pur mettendo in esergo una frase della Morante è più vicina agli orfanelli dickensiani, costretti a una vita di illusioni in cui li ha reclusi l'autore, ha compreso che il segreto più grande è contenuto in relazioni e in sentimenti primari, se non primordiali.