Sessant'anni d'oro dal twist al rap ecco le canzoni che fanno la storia

Billboard pubblica la lista dei brani più ascoltati. Con molte sorprese

Spesso nelle classifiche si specchia la nostra storia. Come in quella che la bibbia musicale Billboard ha appena pubblicato per celebrare i sessant'anni di vita: la classifica delle classiche. I brani più venduti di sempre, o per lo meno da quando c'è la Billboard Hot 100 che al debutto, nel 1958, mescolava vendite e passaggi radio e oggi include anche i dati della musica liquida. In pratica, Billboard ha calcolato i tempi di permanenza in classifica di 27mila canzoni (per un totale di oltre 7.500 artisti) dalla prima classifica del 4 agosto 1958 fino a quella dello scorso 21 luglio.

E i risultati spesso sorprendono.

Se (prevedibilmente) il Twist di Chubby Checker è il brano più venduto di tutti i tempi negli Stati Uniti (e quindi probabilmente anche nel resto del mondo), al secondo posto c'è Smooth di Carlos Santana nel 1999 (chi l'avrebbe detto) e Mack the Knife, scritto da Kurt Weill su testo di Bertolt Brecht nel 1928 e poi, dopo la traduzione in inglese, lanciato da Bobby Darin nel 1959 e ripreso da tanti grandi come Louis Armstrong e Frank Sinatra. Uno pensa: qui c'è solo «roba vecchia». Invece no. Il quarto posto è occupato da Uptown funk!, brano contestatissimo (per presunti plagi) di Mark Ronson del 2015, al quinto LeAnn Rimes con How do you live del '97 e al sesto Party rock anthem di LMFAO con Lauren Bennett e GoonRock. Nella top ten ci sono anche la colossale macchina da hit Black Eyed Peas con I gotta feeling, l'incredibile Macarena dei Los Del Rio, Shape of you di Ed Sheeran e, a sorpresa, Physical di Olivia Newton John che, sfruttando nel 1981 il colossale successo di Grease, tornò con questo super singolo dalle vendite sensazionali. E i risultati di vendita spesso sono diversi da quelli di popolarità. Per capirci, il (giustamente) famosissimo Billie Jean di Michael Jackson del 1983 è solo 86esimo, appena dopo la decisamente meno significativa You're still the one di Shania Twain. Certo, sono dati legati soltanto al mercato americano ma, come si sa, spesso quelle cifre si rivelano proiezioni attendibili delle vendite mondiali.

Comunque, questa classifica è anche un credibile rilevatore di come sono cambiati i gusti degli ascoltatori. Se successi epocali come Ebony and Ivory di Paul McCartney e Stevie Wonder del 1982 (76esimo posto) convivono spalla a spalla con brani meno significativi come Moves like Jagger dei Maroon5 con Christina Aguilera del 2011 (75esimo), vuol dire che dagli anni '10 in avanti la massa di ascolti è decisamente cresciuta rispetto ai decenni scorsi. In pratica, non si è mai ascoltata così tanta musica leggera come in questo periodo, al punto che un brano come Rockstar di Post Malone con 21 Savage del 2017 arriva appena dopo il sempreverde Hot stuff di Donna Summer del 1979 all'87esimo.

Nell'epoca che incorona gli ascolti più degli acquisti, i numeri sono impressionanti e imprevedibili fino a pochi anni fa. Però questa Hot 100 complessiva garantisce altre sorprese. Ad esempio, a parte i Queen di Another one bites the dust del 1980 (al 43esimo posto) non ci sono rockstar come i Rolling Stones o i Led Zeppelin. E spesso un solo brano garantisce l'immortalità, come The eye of the tiger dei Survivor, dalla colonna sonora di Rocky (qui altissimo al 26esimo posto) o Bette Davis Eyes di Kim Carnes (sorprendente al 17esimo, giusto cinque posizioni sotto Hey Jude dei Beatles). E non c'è neppure Madonna, che negli ultimi trent'anni ha pubblicato autentici «blockbuster». Lei però è al secondo posto di una classifica parallela, sempre di Billboard, che incasella i 100 artisti di punta degli ultimi sessant'anni. Prima della madre di tutte le popstar ci sono i Beatles, numeri uno incontrastati. Dopo di lei, Elton John, Elvis Presley, Mariah Carey, Stevie Wonder, Janet Jackson prima di suo fratello Michael, poi Whitney Houston e Rihanna. Dopo, solo dopo, gli Stones, McCartney, Bee Gees, Usher e via elencando.

Per chiudere, è una classifica che certifica la quantità, non la qualità. Ma nella quale si può leggere in filigrana la nostra storia recente, con le sue luci e le sue ombre.

Commenti
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Giano

Mer, 08/08/2018 - 12:55

E’ lo stesso meccanismo usato dalle case musicali negli anni ’70 tramite le radio libere che mandavano in onda classifiche dei dischi più richiesti che, per conseguenza ottenevano più ascolti e più vendite e, quindi, entravano nelle classifiche delle canzoni più richieste. Ed il cerchio si chiude. Lo stesso principio vale per tutti i settori commerciali. Il quarto inganno è che, anche inconsciamente, si è portati ad operare l’equivalenza quantità = qualità. Quindi, milioni di dischi venduti non sono solo un successo commerciale, ma anche artistico. Anche la Scottex produce ogni giorno milioni di rotoli di carta igienica; non per questo le assegneranno un premio per meriti artistici.

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Giano

Mer, 08/08/2018 - 13:29

(Prima c'è questo) Queste classifiche hanno la stessa affidabilità dell’oroscopo del giorno. E nascondono almeno quattro inganni. Il primo è che non necessariamente il fatto che alcune canzoni siano in quella graduatoria significa che siano più belle di altre. Il secondo inganno è che, solitamente, tengono conto, in primis, del mercato anglo/americano. Quindi compaiono in primo piano dei brani quasi sconosciuti nel resto del mondo. Il terzo inganno è che queste classifiche influenzano le vendite a beneficio proprio dei brani in elenco e che, quindi, modificano la stessa classifica reale (gli addetti ai lavori conoscono molto bene questi meccanismi di interdipendenza e reciproca influenza fra classifiche e vendite).

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Giano

Mer, 08/08/2018 - 13:30

Esempio. Se Giordano scrive che “Twist” di Chubby Checker “è il brano più venduto di tutti i tempi negli Stati Uniti (e quindi probabilmente anche nel resto del mondo)” esprime solo una possibilità, neppure facilmente verificabile. Non credo che “Twist” fosse il brano più venduto in Cina o nei paesi arabi o in Africa. Ma il solo fatto che Giordano lo citi stimola la curiosità di qualcuno che andrà a cercarlo su YouTube. Se sono in tanti a farlo, qualche cronista ci scriverà un articolo parlando delle migliaia di visite. E chi leggerà il pezzo, ancor più incuriosito andrà a vederlo, aumentando ancora di più le visite e le recensioni della stampa. Il che accresce in maniera esponenziale le visite e le citazioni sui media. E’ il meccanismo di autopromozione che qualche anno fa ha permesso al video “Gangnam style” di raggiungere in breve tempo miliardi di visite. Chiaro il meccanismo?