Simona Vinci narra tutte le pieghe della follia

Andrea Caterini

Simona Vinci torna al romanzo con una storia di «matti» e «manicomi» dopo quasi un decennio: La prima verità (Einaudi, pagg. 400, euro 20). Di lei colpisce come ogni sua storia sia raccontata con lo stupore di chi pare osservi il mondo per la prima volta, pur senza innocenza. C'è sì qualcosa di infantile e lo si capisce anche da una scrittura che cerca una poeticità come fosse una forma di resistenza , ma è un infantilismo senza infanzia; meglio, l'infanzia se non è più di chi guarda, è però ossessivamente inseguita. Se narrando guarda il mondo per la prima volta, lo fa perché un dolore precedente alla visione ha azzerato il giudizio. Il dolore, che è taciuto e che solo più tardi si rivela, in Vinci non forma un pensiero ma al contrario lo annichilisce, mettendo in moto un racconto, per questo il mondo è una continua scoperta.

Angela è una giovane ricercatrice che negli anni Novanta sbarca su un'isola greca, Leros, un'isola-manicomio, un'isola-lager, dove, negli anni del governo dei colonnelli, vennero rinchiusi malati di mente e ribelli politici. È lì che scopre la storia di Teresa, violentata in casa dal fratello e poi di nuovo in manicomio dagli infermieri. E poi di Stefanos, il poeta che affida i suoi versi a un bambino, Nikolaos, che ha scelto di non parlare più. Seguiamo queste storie di anime sottratte alla memoria, di fantasmi, ma la narrazione bruscamente si interrompe. La macchina narrativa subisce un arresto. Il romanzo, con uno strappo strutturale, diventa reportage e autobiografia. Vinci rende manifesta la ragione del libro, ed è una ragione personalissima, viscerale. Si direbbe: la realtà smaschera la fiction. I matti sono adesso quelli del manicomio vicino casa, a Budrio, i matti che ha imparato a riconoscere fin da bambina. Ma la ragione è ancora più profonda, perché riguarda la storia della sua famiglia di sua madre, e anche sua. Ora capiamo sia l'annichilirsi del pensiero che l'inseguimento dell'infanzia, cioè un'invenzione che prende vita in uno svuotamento, più che in una confessione. Come se ritrovando la propria infanzia, il dolore di una diversità rivelata fosse finalmente liberato dentro una verità prima, ovvero in qualcosa che tutti riguarda prima di ogni pensiero. Se è vero che la misericordia è accogliere le miserie degli altri come fossero proprie, allora si può dire, fuori da ogni catechismo, che questo è un libro misericordioso.