Sogni, femmine e fate dentro il cortile-mondo della Torregrossa

C'era un tempo in cui i cortili erano aperti, come approdi, come mercati, come incontri, come scambio, incroci fugaci di occhi, dove qualcuno cucinava e altri mangiavano, dove i vecchi raccontavano storie e di notte si sussurravano racconti di streghe e fattucchiere, di bambini con i capelli intrecciati e sale buttato davanti alla porta per lasciare fuori l'innaturale. C'era un tempo in cui gli uomini sognavano e scommettevano sul futuro e un po' si affidavano alla magia. E in certe sere d'estate le famiglie si riunivano tutti insieme a casa del più ricco, che ancora ci teneva certo per spocchia e odore di borghesia, a condividere la sua fortuna con quella nuova cosa che spacciava Canzonissima e Rischiatutto che chiamavano il televisore. C'era chi dall'isola andava nel continente per fare il carabiniere e chi dall'Africa veniva in Sicilia non in fuga da qualcosa e neppure per disperazione ma con l'idea di stare meglio, magari per un posto buono o per far sposare i figli. Ci sono perfino zie zitelle che inseguono amori più o meno sciagurati. Ecco, tutto questo è il mondo di Cortile nostalgia (Rizzoli, pagg. 320, euro 19), il nuovo romanzo di Giuseppina Torregrossa.

Sì, stavolta forse lo senti quel vento di scirocco che sembra aver spazzato via certi pezzi di realtà che sono evaporati in un'altra dimensione che non è il passato, ma una vita alternativa, che in qualche punto dello spazio-tempo ha deragliato, per continuare a vivere lì, senza rimpianti, senza paure, senza accelerazioni improvvise, come una sorta di futuro ipotetico, che se la clessidra gira un'altra volta magari torna, magari tra vent'anni, e si riallinea alla realtà.

Nelle storie di Giuseppina Torregrossa la chiave sono sempre le donne, gli uomini ci sono, ma sembra sempre che si lascino vivere, ma sono le femmine che fanno trama e sostanza. Sono femmine con le mani forti e le gambe di chi è abituata a camminare in salita o che si giocano tutto con generosità e spandono saggezza, come Madame Africa, un'immigrata di un'altra stagione, approdata a Palermo negli anni '70, quando tutto ancora sembrava possibile e non c'erano muri di acqua o di filo spinato e si prendono il centro della scena, dove le strade si incrociano e diventano piazza e il tempo circolare è scandito dai rintocchi delle campane di una chiesa. È questa donna che, come il mago Atlante dell'Orlando furioso, di cui i Pupi siciliani sono la messinscena popolare, scandisce il ritmo e il destino dei personaggi. Chi arriva nel cortile, come nel castello di Atlante, viene attratto dai propri sogni e inseguito dalle proprie ossessioni. «Madame Binah Kourouma arrivò in piazzetta attirata proprio dalla leggenda delle Sette Fate. Lei alla magia ci credeva davvero. Al suo Paese aveva visto i polli stramazzare al suolo sotto lo sguardo duro dello sciamano, gli uomini innamorarsi per effetto di un filtro d'amore, le donne partorire nelle notti di luna piena. Madama imbracciava un lungo cucchiaio, lo faceva roteare in aria, poi con gesti decisi riempiva i piatti. Chi aveva soldi pagava per chi non ne aveva, questa la regola della casa (...) Mamma Africa, cominciarono a chiamarla così, e quel richiamo aleggiava come un'invocazione».

È lei che diventa il deux ex machina di chi vive nel quartiere dell'Albergaria, come la famiglia del carabiniere Mario Mancuso, con sua moglie Melina e la figlia Maruzza. L'Albergaria è un cortile, un approdo, un sogno che ti fa pensare a Bahia e una consuetudine, un antico diritto dell'età carolingia per chi si avventura in un mondo misterioso in pena per il sonno, per l'acqua e per il cibo. Albergaria è il diritto all'ospitalità.