La strana coppia Mirò-Patrucco canta il Brassens più anarchico

Poi basta vedere l'effetto che fa. Alberto Patrucco e Andrea Mirò hanno appena pubblicato un disco che da solo vale una scommessa: tredici brani di Georges Brassens tradotti in italiano quasi tutti per la prima volta. Sono, tanto per capirci, capolavori miliari della storia della canzone francese e di conseguenza di quella italiana visto che Brassens è uno dei padri putativi della scuola genovese (De André su tutti) e di tanti artisti che, come Giorgio Gaber, hanno usato la parola come fosse uno spartito. La mauvaise réputation. Le roi. La non-demande en mariage.
Insomma una scommessa. Vinta.
In tutto il disco, suonato peraltro da maestri come ad esempio Ellade Bandini alla batteria o Vincenzo Zitello all'arpa, non c'è neanche un calo di tensione piccolo così e da nessuna parte si sente il profumo malizioso dell'omaggio furbetto o troppo nostalgico. «Ha ragione Alberto: questo non è un tributo. Sono canzoni che stanno in piedi da sole, racconti favolosi che mostrano tutta la propria attualità», spiega Andrea Mirò, versatile come sempre visto che è cantautrice, polistrumentista e ha appena diretto i Perturbazione e Zibba al Festival di Sanremo. Con Patrucco, che è una supernova della comicità come si è capito a Zelig e a Colorado Café, forma una strana coppia con il gusto di stupire e di restare volontariamente al di fuori degli schemi. Dopotutto lui, che è classe 1957 e ha esordito nel 1976 mica ieri, è un traduttore di Brassens benedetto dagli eredi e sfoggia una voce che, quasi per un compiaciuto gioco del destino, ricorda quella di De André, così devoto allo chansonnier da non averlo mai voluto incontrare di persona (con il rischio di cambiare opinione, visto il caratteraccio del francese).
Per farla breve, Mirò e Patrucco tre anni fa hanno tenuto qualche recital imperniato sugli chansonnier. E ora, quasi inevitabilmente, sono sulla copertina di questo Segni (e) particolari che arriva a ciel sereno, senza nessun anniversario da celebrare o contratto da onorare. Semplice passione, e si sente, inutile negarlo. Insieme con loro, in quello che è un album sganciato da ogni logica commerciale, sono arrivati Ricky Gianco (che canta in Nonno Riccardo), Enrico Ruggeri (La non domanda), Enzo Iacchetti (Se soltanto fosse bella), Eugenio Finardi (La principessa e il musicante) e Ale Franz che si ascoltano ne Il re, uno dei brani più intensi perché drasticamente ancora attuale: «Meglio è non farsi illusioni/Mai cadrà il re dei coglioni».
In fondo Georges Brassens, poeta solitario, cantante controvoglia, era il più anarchico di tutti, capace di poter dire a testa alta «dove vivo, lo dico a ragione/Ho una cattiva reputazione...» perché è rimasto, anche da malatissimo negli ultimi mesi di vita (è morto nel 1981), al di fuori di ogni convenzione formale e, figurarsi!, anche politica. Quando gli chiesero come mai, lui francese controsenso, non avesse aderito al '68, rispose: «Soffrivo di coliche nefritiche». Una battuta e una verità allo stesso tempo. Però figurarsi lo scandalo tra gli intellettuali della «rive gauche» che accettarono lo schiaffo del disimpegno senza esagerare le polemiche perché Brassens, così talentuoso così libero, era sostanzialmente inattaccabile. «Aveva una cifra alta e colta nel lessico e sapeva accompagnarla al guizzo popolare, quasi gergale» dice Mirò che canta da sola Penelope e nel «pur zampettando come gru» di Ragazze di vita tocca una delle quote liriche più alte del disco.
Si sente, eccome, che in studio l'atmosfera era fuori dal tempo. «Perciò ci piacerebbe realizzare alcuni recital, inframmezzando musica e monologhi in una forma vicina al teatro canzone», conferma lei, con il pudore di chi è abituato a non enfatizzare troppo i propri meriti. Sarebbero, quelle serate, una di quelle occasioni giuste per confermare che la musica libera è l'unica che riesce a sopravvivere al tempo senza portarsi dietro troppe rughe.