Il testamento di un grande autore

Esce "Ultime storie e altre storie" di Vollmann, investigatore del Male

William T. Vollmann (nato a Santa Monica nel 1959) ha riflettuto e scritto per tutta la vita sulle reazioni dell'uomo davanti alla violenza e alla guerra. Di questo si occupano le sue opere principali, Europe Central (Mondadori) e Come un'onda che sale e che scende (Mondadori) ma anche libri più scanzonati, solo nel tono, come Afghanistan Picture Show (Alet). Lo scrittore statunitense però ha prodotto anche saghe sui cicli nordici e sul loro nesso con la nascita degli Usa, oltre a una mole di reportage spesso inviati da luoghi dove pochi hanno il coraggio di avventurarsi (si veda, ad esempio, Zona proibita, Mondadori).

Ultime storie e altre storie (Mondadori, pagg. 756, euro 25) dovrebbe essere l'addio di Vollmann alla narrativa. Si legge nella prefazione: «Questo è il mio ultimo libro. Eventuali opere successive a me attribuite saranno state composte da un fantasma». Fantasmi sono i protagonisti che popolano queste pagine e raccontano, con la voce dell'autore, le loro ultime storie prima di morire. La raccolta si pone come summa dell'arte narrativa dell'autore: ci sono le memorie di guerra, il fiabesco (un fiabesco che fa paura, alla fratelli Grimm), l'avventura, il gotico. Negli Stati Uniti, il libro è stato accolto da paragoni altisonanti. Qualche nome? William Shakespeare, Edgar Allan Poe, Mark Twain, Franz Kafka, Jorge Luis Borges, Gabriel García Márquez. Secondo i critici, c'è qualcosa di questi grandi in Vollmann.

Ma nel miglior Vollmann c'è anche qualcosa di unico cioè l'esperienza personale trasfigurata dalla letteratura. Quando narra dell'Afghanistan, in Afghanistan Picture Show, lui c'era: si arruolò tra i mujaheddin per combattere contro l'Armata Rossa sovietica. Quando, come nel racconto in questa pagina, narra di Sarajevo, lo fa a ragion veduta: lui c'era. Vollmann non ha paura della morte e se parla di fantasmi forse è perché ne conosce qualcuno.