Thomas Bernhard mette in scena l'esistenzialismo

Massimiliano Parente

Non esiste alcuna salvezza per i grandi scrittori esistenzialisti (ma ogni grande scrittore è un esistenzialista, in fondo, da Shakespeare a Proust), e tra i più eccelsi ci sono sicuramente Samuel Beckett e Thomas Bernhard, entrambi accomunati da testi estremi, monologhi esasperati, e dall'aver scritto sia opere narrative che teatrali. A proposito di Bernhard, esce in questi giorni per Einaudi il quarto volume del suo teatro, che contiene tre commedie degli anni Settanta: L'ignorante e il folle, Immanuel Kant e Prima della pensione. «Tutti i libri che ho letto e studiato fino a oggi sono, in un modo o nell'altro: l'impossibilità di dire la verità e (o) l'incapacità di superare l'esistenza umana» dichiarò Bernhard. Cosa che potrebbe attagliarsi anche alla poetica di Beckett. Beckett arrivò al silenzio, alla teatralizzazione del silenzio; Bernhard, all'opposto, alla teatralizzazione della parola ripetitiva, ossessiva, concentrata a ribadire l'insensatezza della condizione umana. Dire l'impossibilità di dire, enunciare la tragedia di vivere, denunciare non solo la politica e la società, ma l'essenza stessa della natura umana.

L'umanità è divisa in folli e ottusi, non c'è redenzione intellettuale. Bernhard è un maestro nel creare ciò che la critica di un tempo chiamava «straniamento». Il suo Kant, per esempio, non è l'eccelso filosofo isolato a Köninsberg ma viene catapultato su un battello diretto negli Stati Uniti, dove andrà a prendere una laurea honoris causa e a curarsi un glaucoma. I suoi interlocutori non sono gli umani, ma un pappagallo, con il quale dialogare sull'assurdità del mondo, della natura, e perfino della politica. Prima della pensione, invece, prende spunto da una vicenda politica: il regista Claus Peymann, che mise in scena molte commedie di Bernhard, fu costretto a dimettersi dalla direzione del teatro di Stoccarda per essere stato un simpatizzante della banda Baader Meinhof. Peccato che a costringerlo alle dimissioni fosse stato il presidente del Baden-Wuttenberg, ex nazista, cosa che a Bernhard non andò giù.

Ne L'ignorante e il folle, nel dialogo nel camerino tra il dottore e il padre della cantante (che costituisce l'intera commedia) viene meno perfino la funzione catartica dell'arte (concetto ricorrente anche nei romanzi di Bernhard): l'arte è un vano artificio, l'unico momento di verità è il disagio esistenziale: «d'altra parte solo negli stati di angoscia prendiamo coscienza di noi stessi». L'arte, la letteratura, il teatro, non sono altro che distrazioni.