Tuena, una vita a ricercar(si) nell'arte

Esce "Le galanti", una "quasi autobiografia" che racconta opere meravigliose

Mentre leggevo le quasi settecento pagine dell'ultimo lavoro di Filippo Tuena, Le galanti. Quasi un'autobiografia (il Saggiatore, pagg. 670, euro 32), mi sono domandato di che libro si trattasse. Era una domanda, devo ammetterlo, che conteneva un errore, come dire un preconcetto, il bisogno di stabilire un ordine mentale che giustificasse un ragionamento e quindi anche un'interpretazione.

Le galanti non è sicuramente un romanzo; e questo non certo perché privo di una trama o, peggio, di personaggi. Tuena è uno scrittore che ha sperimentato nel corso degli anni una forma particolare di invenzione. Egli è un commentatore. La sua maggiore creatività si esprime nello scrivere sul già scritto, nel costruire su strutture esistenti (e si pensi al recente Com'è trascorsa la notte, dove l'invenzione era tutta giocata sulla riscrittura del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare). Le galanti non è un romanzo perché non ha un centro, un nucleo pulsante sul quale ruota tutto il resto e che mano a mano ne svela l'origine. Ma, a ben vedere, non è neppure un libro di critica (d'arte o letteraria) in senso stretto. Se lo fosse capiremmo l'ossessione che si nasconde dietro le ricerche che capitolo dopo capitolo ci vengono narrate. Le galanti procede, più che per stadi di comprensione o di disvelamento, per accumulo. L'atteggiamento di Tuena è quello di un collezionista che non desidera altro che possedere possedere per avere un'esclusiva sulla propria possibilità di ammirazione. Le galanti è labirintico, ma si tratta di un labirinto senza una via d'uscita, per questo è un libro che potrebbe chiudersi dopo duecento pagine o, di contro, non finire mai. Eppure, non riusciamo a smettere di leggere, siamo come ipnotizzati dalla prosa di Tuena, che ci racconta di Ermafroditi, di opere d'arte poco conosciute ma infinitamente amate, di Michelangelo o di Van Gogh, di Luca Signorelli o di Ulisse e Penelope, di Elena o Pan, sempre legandoli a qualche episodio della propria esistenza.

Poi mi è sembrato di aver capito per quale ragione corriamo dietro a queste che sono alla sostanza raccolte di divagazioni. Perché quel labirinto senza fine è il carattere stesso di Tuena. È lui che cerchiamo di afferrare senza mai riuscirci. Tuena, divagando, lascia tracce di sé, ma sono sempre tracce che ci portano fuori strada: sono dei depistamenti. È inafferrabile perché, illudendoci continuamente che sta per farsi vedere una volta per tutte, inesorabilmente si nasconde: «Come spesso accade fuggo il mio riconoscimento, l'analisi puntuale su di me e mi contento di sviluppare altri temi, contigui e forse più attraenti, ma più distanti dal nocciolo della questione». Allora comprendiamo pure che il vero centro di questo libro è qualcosa di specifico che ci scivola continuamente di mano: si tratta di una impossibilità conoscitiva.

Quando Tuena scrive dell'«impossibilità a conoscere la persona che più ci è vicina», non si riferisce a qualcuno con cui trascorriamo la nostra vita una compagna, una moglie, un figlio, o il nostro più caro amico ma, più propriamente, alla parte più profonda di noi stessi (ed è questo, io credo, il senso di quel Quasi prima di autobiografia posto come suggello nel sottotitolo), come un doppio che ci abita e perennemente ci schiva quella parte che ci sembra talvolta di afferrare ma che, convinti di compiere di volta in volta tentativi di avvicinamento o di coincidenza, non facciamo invece altro, con le nostre ossessioni, con la nostra mania di accumulare informazioni, saperi, conoscenze, oggetti, ricordi, storie, che rendere ogni giorno più inintelligibile.