"Tutta la vita è teatro: riesce sempre a stupire e strappare una risata"

Il regista a Roma dove ha in scena due testi: «Ho un solo compito: divertire il pubblico»

L'illusione di David Mamet ha vita breve. Lui ce la mette tutta: «Mi sono gettato la giacca sulle spalle, ho assunto l'aria indolente del bon viveur sfaccendato, e con mia moglie Rebecca entrambi non fumatori - abbiamo perfino cacciato una sigaretta all'angolo della bocca». Niente da fare. Nessuno ha potuto scambiare il celebre drammaturgo premio Pulitzer per Glengarry Glen Ross, lo sceneggiatore nomination all'Oscar per il Verdetto «per un romano qualsiasi (come avrebbe desiderato lui)- occupato a sorbire un cappuccino al bar». Al contrario: ieri a Roma una platea gremita di studenti entusiasti l'ha fragorosamente riconosciuto quando - in t-shirt blu sotto la giacca a quadrettini, e borsalino grigio topo in capo - è apparso sul palco del teatro Eliseo di Roma (dove sono in scena due suoi testi, con Sergio Rubini, Gianmarco Tognazzi e Marco D'Amore) introdotto dal padrone di casa Luca Barbareschi, primo e meritevole scopritore, negli anni 80 in Italia, dello stile scabro e irto di uno dei più rappresentati autori del teatro contemporaneo.

Ma lei s'illude di passare per italiano perché ama l'Italia?

«Inevitabile. Amo Pirandello, Dario Fo, i grandi registi del dopoguerra, da Visconti a Strehler. E poi qui le donne sono deliziose, gli uomini bellissimi, il cibo ottimo, c'è un sacco di magnifica roba antica, sparsa qua e là. Sono tutte cose che si vedono nei vostri film. E' rassicurante, anzi: immaginatevi di sbarcare a New York e trovarsi tra pellerossa e cowboys...».

Signor Mamet: che cos'è uno scrittore teatrale?

«E' un dentista. O meglio: è come un dentista. Il quale può anche avere opinioni politiche ben definite; ma non è il caso di chiedergli quali siano, mentre si dà da fare col trapano nella tua bocca. Tu lo paghi solo perché si occupi dei tuoi denti. Allo stesso modo il pubblico paga uno scrittore per essere divertito. Se assistendo alle mie pieces o ai miei film nessuno ridesse, o piangesse, o trattenesse il fiato, allora avrei fallito. Questo è il mio solo compito: identificare i bisogni del pubblico e darglieli. Non avrebbe senso fare altro».

Riesce a farlo in molte vesti: drammaturgo, sceneggiatore, regista, attore...

«Tutti lavori che si riducono ad uno solo: scrivere delle battute. Come quando il Papa chiese a Michelangelo di affrescargli la Cappella Sistina. E lui rispose: che colore la vuoi? Nel senso: Posso fare per te molte cose, e tutte diverse. Ma sempre di un solo lavoro si tratta».

Detta così sembra facile.

«Sa qual è il segreto? Il segreto sta nel lanciare un tema. E alla fine ribaltarlo completamente, in una direzione del tutto inattesa. Come in quella famosa storiella... Posso raccontargliela? Una mamma passeggia sulla spiaggia col suo bellissimo bambino. All'improvviso le onde lo trascinano via. Per tre giorni e tre notti la poveretta si dispera e strepita contro Dio, che le ha rapito il figlio. Finché il bambino, è riportato a riva dalle onde. E rivolgendosi al Cielo protesta: Ehi, io avevo un cappello, eh?».

Lei è anche attore. Ha qualche consiglio da dare, ai giovani interpreti?

«Da adolescente, a Chicago, come attore non ero un granché. A New York, dove feci un corso biennale, ero ancora peggio. Alla fine del primo anno mi dissero: Puoi fare anche il secondo. Basta che non lo fai qui. Come regista ho capito questo: un attore deve pronunciare le battute in modo semplice e intellegibile. Mentre oggi c'è questa moda di biascicarle e buttarle via. E soprattutto si muovono troppo. Un attore deve semplicemente credere in quel che dice. E rimanere nell'immobilità».

Che ne pensa delle elezioni presidenziali che a novembre si celebreranno nel suo Paese?

«Quali elezioni?».

Voglio dire: al di là delle idee politiche, teatralmente parlando, non le ricordano un dramma in tre atti?

«Le percepiamo così non perché siamo così realmente; ma perché tutta la nostra vita è da noi percepita come un dramma. Sul senso delle elezioni in sé, posso dire che io e mia moglie siamo fieri di essere americani. Quando l'ambasciata americana a Roma ci ha invitato come ospiti pensavo si fossero sbagliati. Ma sembra di no. I miei quattro nonni erano immigrati ebrei russo-polacchi. Sono arrivati in America senza un soldo, senza conoscere una parola d'inglese. Nonostante la Grande Depressione hanno educato i figli, li hanno mandati all'università, ci hanno consentito di diventare quello che siamo. Ecco perché sono orgoglioso degli Stati Uniti. Ma non mi chieda quale dei due candidati voterò. Mi limiterò a citare il titolo di un meraviglioso libro scritto in proposito: Il declino e la caduta dell'impero romano.

Come ha reagito uno scrittore come lei al Nobel a Bob Dylan?

«Io sono cresciuto con la musica di questo ragazzo ebreo del Minnesota, e da ebreo ne sono orgoglioso. Certo: se per gli accademici svedesi è stato possibile dare il Nobel della Pace a Kissinger, allora ho qualche possibilità di vincere alla lotteria anch'io. Comunque, vogliamo negare agli svedesi la possibilità di divertirsi, ogni tanto? Lo feci anch'io, quando lavorai come barman in Svezia. Inventai un cocktail chiamato Ingmar Bergman. Un secchio di vodka con dentro un limone».

Le chiedono mai quale sia la sua preferita, le sue commedie?

«Sono quasi cinquant'anni che non mi capita altro. Ma fanno anche di più. Mi assicurano: la sua opera migliore è quella che ha scritto quando lei aveva diciotto anni. E io: Non sapevo nemmeno cosa stessi scrivendo. Lo facevo solo per avvicinare le ragazze».