La vedova e l'addio alla poesia. I segreti di Rimbaud a Milano

Lo scrittore fu ospite nel 1875 di una misteriosa signora. Poco dopo smise di creare. Un libro di Franzosini indaga

Edgardo Franzosini. Alla fine, in un'immaginaria gara a chi ha vissuto più nell'ombra, fra lui (scrittore per pochi) e i personaggi delle sue biografie (personaggi che non hanno lasciato molte tracce nella storia), è difficile dire chi sia più misterioso. «La mia aspirazione è essere il più insospettabile tra gli sconosciuti». Che non si sa se sia una citazione falsa o un vero desiderio.

Franzosini, Edgardo (La Valletta Brianza, 14 agosto 1952). Scrittore. Per il resto su Wikipedia la sua biografia coincide con la sua bibliografia («Non mi ero accorto. E confesso che la cosa mi fa particolarmente piacere»). Franzosini - cui è riservato l'esclusivo privilegio di essere fra i pochissimi cinque-sei italiani viventi pubblicati da Adelphi - è autore così di culto e così sfuggente che quando, tempo fa, a Firenze, hanno discusso una tesi su di lui, la Commissione pensava fosse uno pseudonimo, e i suoi libri pseudobiblia. Eppure...

Eppure Franzosini vive alle porte di Milano, ha un casa in cui regna un ordine teutonico, è gentilissimo, non parla volentieri di sé («Ho lavorato a lungo in banca, poi, fra i primi maschi in Italia, ho beneficiato di un part-time, poi ho conosciuto il bancario-scrittore Giuseppe Pontiggia, poi ho smesso di lavorare e ho iniziato a scrivere, e così ho intenzione di continuare»), ma chiacchiera con piacere della propria opera. E anche qui, vita e libri si sovrappongono.

Il suo primo titolo, ossia la biografia-metamorfosi di Bela Lugosi, l'attore famoso per le sue interpretazioni horror-draculesche, la firmò col nom de plume Edgar Lander. Uscì da Tranchida nel 1984 (poi ristampata da Adelphi). Divenne un libro impossibile. Un giorno, lo scrittore Alcide Pierantozzi, un vero fan di Edgar Lander, ne trova una copia al Libraccio, sui Navigli a Milano. Mentre paga alla casa, dice all'addetto: «Questo Lander è bravissimo». «Se vuoi - dice il commesso - te le presento. È mio padre».

Per dire che vita e letteratura, a volte, coincidono. A volte si annullano una nell'altra, altre si inverano. A volte persino si inventano. E nulla è più vero di una vita letteraria. Ed ecco, anno dopo anno, cadere sotto i colpi della penna di Franzosini personaggi veri, ma sconosciutissimi, diventati grazie a lui letterariamente popolari: Il mangiatore di carta, ossia l'avventuriero settecentesco Johann Ernst Biren, col vizio di mangiare carta vergata di inchiostro; o Giuseppe Ripamonti (1757-1643), il ghost writer del Cardinal Federico Borromeo; o lo scultore di animali Rembrandt Bugatti, fratello del ben più famoso Ettore, il fondatore della casa automobilistica dell'Elefantino danzante... Storie di uomini singolari, per narrare le quali serve leggerezza, un'infinita pazienza - «spulciare libri e siti internet, frequentare archivi di Stato e biblioteche» -, un pizzico di humour e curiosità nel trovare coincidenze e stranezze. «Ma non nel senso di eccentricità fini a se stesse, bensì bizzarrie che aprono risvolti oscuri, dilatando vicende non di primissimo piano e magari accennando soltanto ai fatti più conosciuti».

E poi c'è il lato meno conosciuto di personaggi conosciutissimi. Come l'oscuro soggiorno milanese del Poeta più famoso della modernità, al centro del nuovo libro di Edgardo Franzosini, presentato oggi a Tempo di libri: Rimbaud e la vedova (Skira): minuziosa, deliziosa, letteraria, fantastica ricostruzione di un episodio minuscolo, su cui non esistono quasi testimonianze, ma che divide un prima e un dopo, non soltanto nella vita di Arthur Rimbaud, ma anche della stessa storia della letteratura. «È una notizia che ho trovato in un vecchio articolo di giornale, di cui pochissimi hanno parlato, e su cui si possono fare tante congetture. È la storia di Rimbaud, uomo dall'esistenza scandalosa e piena di colpi di scena, che tra l'aprile e il maggio del 1875, anno chiave della sua vita, perché è quello in cui smette definitivamente di scrivere, per alcune settimane si ferma a Milano, ospite di una misteriosa vedova, in un appartamento affacciato su piazza Duomo. Bene. Chi era lei? E perché lui viene a Milano? E che rapporto avevano? E perché, a partire da quell'anno, Rimbaud non parla più di libri e arriva a stracciare le lettere di elogio di editori, letterati e scrittori? Perché smette di scrivere?».

Per saperlo bisogna mettersi a leggere. Quello che fa Franzosini. Che ri-scrive la Milano dell'epoca e il Rimbaud di quei giorni selezionando particolari minuscoli della gigantesca biografia dello scrittore francese di Jean-Jacques Lefrère, i libri di amici e familiari che hanno costruito il mito di Rimbaud, e poi antiche guide alla città di Milano, i numeri de L'esploratore e della stampa quotidiana dell'epoca, i programmi dei teatri di quei giorni (Rimbaud amava andare a teatro)... «Era una Milano un po' polverosa, un po' arretrata per il poeta che disse: Bisogna essere assolutamente moderni... Cocteau lo paragonò a un temporale di primavera che fece rifiorire il mondo. Lezioso, ma vero. In un quinquennio, fra i 16 e i 21 anni, Rimbaud scrisse, a metà '800, i testi diventati fondamentali per tutto il '900. E poi morì a 37 anni. La sua apparizione ebbe del miracoloso».

Miracoli, versioni romanzesche che si sovrappongono alla verità storica, aneddoti, ipotesi (Verlaine, che nel 1873 esplose contro Rimbaud il colpo di pistola più celebre della letteratura, insinua una relazione sentimentale tra l'amico e la dama milanese, «ma forse solo per allontanare i sospetti di omosessualità su loro due...»), misteri che si insinuano nelle pieghe di altri misteri («L'ultima volta che Rimbaud ha un sussulto di tipo letterario nella sua vita è quando qui a Milano, con una lettera spedita dagli uffici della Posta in via Rastrelli, chiede all'amico Ernest Delahaye di mandargli una copia di Une Saison en Enfer che vuole regalare a qualcuno. Per chi era? Per la vedova caritatevole? Forse. Quanto è vero e quanto solo plausibile?».

Vero o plausibile che sia, l'importante è che le storie di Edgardo Franzosini continuino. Del resto «Ogni storia è vera finché dura il racconto». E non si sa neppure se la citazione di Rudyard Kipling sia vera.