Lo sponsor sui banchi di scuola? Si arricchisce anche la cultura

Alcune settimane fa fece scalpore la decisione del sindaco di Adro (Brescia) di riprodurre sulle finestre, sugli ingressi, sugli arredi, sui banchi e perfino sui contenitori dell'immondizia il Sole delle Alpi, simbolo leghista, in una scuola dedicata a Gianfranco Miglio. Intervistato dall'Ansa, dissi che si trattava di un clamoroso errore pedagogico, e che a mio modo di vedere, gli unici «simboli» che era giusto apporre in una scuola erano la fotografia del Capo dello Stato, la bandiera tricolore, e, per quanto mi riguardava, il crocifisso.
Sono stato sempre contrario all'indottrinamento politico degli studenti. Un tempo erano i fascisti a farlo, oggi (da gran lungo tempo, ahinoi) sono i comunisti, che scrivono il novanta per cento dei libri di Storia sui quali dovranno conferire i nostri figli.
Un conto è realizzare un edificio scolastico con simboli della Padania (e do per buono che esista un territorio con tale denominazione), un altro è chiedere soccorso a sponsor per acquistare i «beni» primari di una scuola, e cioè sedie e banchi. In questo non vedo assolutamente nulla di disdicevole. Se il banco o la sedia su cui nostro figlio sta studiando è «gentilmente offerto» da un pastificio di Gragnano, dalla pasticceria Scaturchio, o dalla casa automobilistica Maserati (faccio naturalmente solo degli esempi) ben vengano tali offerte. Non è il partito comunista, la Lega o il Partito Sardo d'Azione (chissà perché mi viene in mente questo nome, da decenni dimenticato: scherzi dell'inconscio) che con linguaggio subliminale (ma poi non tanto, a ben vedere) dice ai ragazzi: «Guagliò, quando avrete compiuto diciotto anni ricordatevi di votarci, visto che abbiamo messo a sedere il vostro deretano, e permesso di appoggiare le braccia su un banco). Non c'è nessun indottrinamento, nessuna voce occulta che ti soffia nelle orecchie: "Vota Antonio… vota Antonio… Vota Antonio La Trippa!»
Le scuole italiane se ne cadono a pezzi, questo lo sanno tutti. Ed è sciocco storcere il naso al solo sentire la parola sponsor. Ad ogni inizio d'anno scolastico, quando ascolto la frase: «Si sono aperte le scuole», sapete qual è l'immagine che si fa avanti per prima? É che le scuole si aprano in senso letterale, cioè si dividano in due, si spacchino al primo suono della campanella. E penso che se i ragazzi, seduti in classe, alzano contemporaneamente la mano, non è per chiedere di andare in bagno, o per rispondere ad una fin troppo semplice domanda del professore, ma per sorreggere il soffitto dell'aula che sta per crollare. Sgarrupato è il termine dialettale napoletano che meglio fotografa quest'emergenza.
Alcuni anni fa, il direttore didattico di una scuola del napoletano, obbligò, di fatto, i genitori degli studenti ad acquistare sedie e banchi, perché in caso contrario non si sarebbe potuto far lezione. Qualche genitore arrivò in effetti con una sedia, ma per spaccarla in testa al direttore. Come a dire: «Noi qua già ci moriamo di fame, tu pretendi che oltre ai libri, gli zaini, i vocabolari e quant'altro serve allo studio, compriamo pure le suppellettili!». Il direttore scrisse al Comune, che provvide, ma con molte settimane di ritardo (nel frattempo suppongo che gli studenti abbiano fatto lezioni in posizione yoga).
La questione degli sponsor è del tutto diversa. Se i soldi arrivano dai privati per migliorare l'edilizia scolastica del Sud (che registra il maggior numero di edifici fatiscenti) ben vengano. Noi poi li chiamiamo sponsor, ma un tempo era semplicemente il nome di un tizio che voleva lasciare un ricordo di sé facendo un gesto per la comunità. Siete mai entrati in una chiesa? (la domanda può sembrare retorica, ma di questi tempi non lo è, purtroppo). Ebbene, certamente avrete fatto caso a quelle panche o sedili sui quali una semplice targhetta ricorda il nome e il cognome di un tale che ha sborsato qualche centinaio di lire per arricchire la chiesa, appunto, di una panca o inginocchiatoio. Io (che di chiese sono un gran frequentatore) alcuni di questi nomi li ricordo addirittura a memoria (ci sono almeno quattro Esposito).
Personalmente sto adoperandomi (economicamente) all'accordo dell'organo del santuario dove mio figlio è frate. Non farò mettere nessuna targhetta. Una sola richiesta: quando passerò a miglior vita, ho chiesto che si intoni un brano del Requiem di Fauré.
E poi... speriamo che me la cavo, all'aldilà.