Una sporca dozzina di punti

Dopo i sette nani, i tre porcellini e i quattro dell'Ave Maria, ecco i dodici punti di Prodi: sotto il profilo aritmetico è senza dubbio un passo avanti. Sotto il profilo politico, un po' di meno. In fondo è come nella vecchia Sip: se uno ha bisogno di appellarsi al 12, vuol dire che sa per certo di non avere con sé i numeri giusti.
Dodici sono le tribù di Israele, dodici sono gli apostoli, dodici sono gli spigoli di un cubo (mentre gli spigoli di Diliberto sono molti di più). Dodici, soprattutto, sono i segni dello zodiaco. E forse proprio a questo pensava, l'altra sera, il leader dell'Unione: mi stanno facendo vedere le stelle? E allora io, alle stelle, chiedo consiglio. Capricorno ascendente Follini, Sagittario in Vergine Pallaro: in effetti anche il dodecalogo di Prodi parla chiaro come un astrologo. Più che un documento politico, un oroscopo.
Punto 1: «Rispetto degli impegni internazionali e di pace». Punto 2: «Impegno forte per la cultura, scuola, università, ricerca e innovazione». Punto 6: «Attenzione permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno». Punto 9: «Rilancio delle politiche a favore della famiglia». Accidenti, questa sì che è una svolta, una novità, un passo avanti decisivo. Ma vi pare? In campagna elettorale Prodi ha presentato un programma di 281 pagine, poi ha organizzato vari conclavi con i ministri, le tavolate a San Martino al Campo, i seminari nella reggia di Caserta, poi ha fatto comporre al suo Santagata l'albero delle proposte ufficiali (372 fogli, 1.464 caselle, oltre 11 metri di altezza), e dopo tutto ciò adesso scopre, come fossero novità assoluta, l'«impegno forte» per la scuola e l'«impegno concreto» per il Mezzogiorno?
Suvvia, siamo seri: ci voleva un vertice notturno convocato in tutta fretta per stabilire, dopo dieci mesi di governo, che gli impegni internazionali si rispettano? Ci volevano le dodici tavolette della legge per dire che la cultura è meglio dell'ignoranza, e la sicurezza è meglio dell'insicurezza? Più che un'intesa programmatica, sembra l'opera sarcastica dell'indimenticato Catalano, filosofo dell'ovvio: impegnarsi per l'innovazione è meglio che impegnarsi per il decadimento, e aiutare le famiglie è meglio che distruggerle. Evviva, siamo tutti d'accordo. Possiamo ripartire. Ma per andare dove?
Il documento non lo dice. In compenso contiene altre indicazioni così incisive e geniali che in confronto un paracarro sembra Einstein. Come al punto 7: bisogna ridurre i costi della politica. Oh, bella: ma questa, i Prodi boys, non la dicevano già prima di distribuire il maggior numero di poltrone (101 fra ministri, viceministri e sottosegretari) che la storia della Repubblica ricordi? Oppure, punto 10: «rapida soluzione dell'incompatibilità tra incarichi, secondo le modalità già concordate». E, per l'appunto, se le hanno già concordate, che bisogno c'è di concordarle di nuovo? Dodici, dicono le tabelle di chimica, è il numero atomico del magnesio. Ma, evidentemente, anche un po' dell'aria fritta.
Si capisce: il problema è serio. Provate voi a trovarvi di notte, attorno a un tavolo con Pecoraro Scanio, Mastella, Pannella, Fassino e Franco Giordano: altro che dodici apostoli, al massimo è la sporca dozzina. Missione suicida. E dunque è già una fortuna che venga fuori il libro dei sogni e non quello degli incubi. Infatti, sugli unici punti in cui Prodi prova a uscire dal nulla, incoccia subito nelle resistenze degli alleati. Cita l'Afghanistan e fa ribollire il sangue della sinistra estrema. Cita la Tav e suscita la riprovazione dei Verdi. Non cita i Dico (ormai per tutti Dicevo), e ottiene i mugugni dei radicali. Il ministro Ferrero ha subito preso le distanze, il manifesto scrive un editoriale per dire che forse allora è meglio andare a votare, Paolo Cento dice che lui è già pronto a scendere in piazza contro l'alta velocità. D'altra parte, si sa, lui è superiore ai dodici punti. Se non altro, numericamente, per via del cognome.
E così, è chiaro, Prodi fa quel che può. Cioè poco. In compenso, però, la conclusione del dodecalogo è un trionfo. Leggete il punto 11, per esempio: si stabilisce che il portavoce del premier, Silvio Sircana, è il portavoce dell'esecutivo. Ma si era mai visto un governo che considera tra le sue dodici fondamentali priorità il portavoce? E, se ce ne fosse stata una tredicesima? Su quali altre fondamentali basi avrebbero ricostruito la coalizione? Sul nome del cuoco di Palazzo Chigi? Sull'autista? Sul magazziniere? Scusate, dobbiamo decidere la nostra linea: sulla politica estera litighiamo, sulle infrastrutture non andiamo d'accordo, però c'è piena sintonia su chi deve parlare con i giornalisti e preparare le trenette al pesto. Perfetto, no?
Il dodicesimo e ultimo punto, infine, recita che il presidente del Consiglio ha «l'autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo». E questa è proprio meravigliosa. Perché, ditemi un po', senza questo documentino, Prodi l'autorità non ce l'aveva? E allora che ci stava a fare a Palazzo Chigi? No, chiedo: se quando parlava non esprimeva la posizione unitaria del governo, cosa diavolo esprimeva? I pensierini della sera? Le ordinazioni in pizzeria? La lista della spesa al supermercato? «Cara Flavia, scusa: due etti di burro e la missione a Kabul...».
Povero premier, più o meno ex: lo hanno convinto che può travestirsi da Mosè e traghettare il suo popolo verso la terra promessa dell'esecutivo bis. E così lui si dà da fare. Trasforma Palazzo Chigi in un piccolo Sinai e fa comparire la tavola dei dodici comandamenti (due in più, sempre meglio abbondare): non avrai altro Prodi all'infuori di me, ricordati di santificare l'Unione, non commettere atti impuri con Andreotti e soprattutto onora padre Bazoli e madre Intesa. Solo che ha dimenticato che quel libro della Bibbia con Mosè e il Sinai non si chiama: «Resto Attaccato alla Poltrona». Si chiama Esodo. E cioè: tutti a casa.