Da Ana a Neymar, se vince la legge dello zero

La Derek punita con lo 0 a 40 anni dal 10 della Comaneci. E il Brasile fa 0-0 anche con l'Irak

Nostro inviato a Rio de Janeiro

Lo zero esiste e non è solo uno spazio bianco, perché dipende dove lo metti, se prima o dopo. Lo zero potenzia i numeri che gli stanno davanti, li fa crescere fin dove non si vede la fine. Con lo zero si ricomincia. È il perno della giostra che fa girare il sistema decimale. Lo zero non è vuoto, è pieno di tutto, di quello che sei e di quello che non sei, di materia e antimateria, lo zero è l'equilibrio cosmico che sta alla fine e all'inizio dei tempi. Lo zero adesso è qui a Rio de Janeiro.

Ana ha diciassette anni e quello che sta vivendo dovrebbe essere una sorta di sogno. L'arena della ginnastica artistica è un palcoscenico di ragazzine che si muovono velocemente, si scambiano gli asciugamani, chiacchierano fitte in attesa che tocchi a loro. Ana guarda i colori, le bandiere, c'è anche la sua, quella della Croazia. Non è una che di solito si emoziona, questa volta un po' sì. La prova a corpo libero è andata bene, ma non benissimo. Ana di cognome fa Derek, viene da Spalato, ha gli occhi azzurri, è alta un metro e sessantaquattro e sorride spesso. Fa questo sport da quando ha cinque anni. Ora è a Rio e di nuovo tocca a lei, seconda prova. Ana si spinge sulle punte, si tocca i fianchi, quasi per scaramanzia o per trovare forza nelle gambe. Corre, salta sulla trave, atterra, scivola, cade. E qui fa qualcosa che non dovrebbe fare. Non rinuncia al salto, ma passa sopra l'attrezzo e per la giuria questo gesto è come una bestemmia. È regola, è forma, è il tabù di uno sport che vive di gesti. Ana non può continuare. Sa che è andato tutto a catafascio, ma non immagina il resto. Pausa. Sul tabellone appare uno zero. Zero. Si crea un silenzio di sconcerto, poi si sente un lungo e corale ohhhh di sorpresa. Non ci si crede. Ana si morde le labbra, guarda lo schermo, incrocia e poi allarga le braccia. Non riesce neppure a piangere. «Non mi sono vergognata dirà dopo - perché gli atleti sbagliano. Sono solo delusa. Ma è la mia prima Olimpiade. Dite alle ragazze che piangono a casa insieme a me che sto bene. Sto cercando di stare bene».

È lo zero della burocrazia. Ana Derek adesso è l'anti Comaneci. L'alfa e l'Omega. Sono passati quarant'anni da quando Nadia illuminò l'universo della ginnastica. Era Montreal 1976, il 18 luglio. Parallele asimmetriche. È lì che si incarna il 10 perfetto. Per i giudici, non per la Comaneci. «Secondo me non era poi così perfetto. Lo avevo provato tante volte e so che avrei potuto fare di meglio. L'uscita inoltre non fu proprio impeccabile. Ma la mia esecuzione era talmente migliore rispetto a quella della ginnasta precedente che la giuria non poté far altro che darmi quel 10». I numeri sono relativi. I tabelloni non prevedevano il numero 10. Era la prima volta: apparve un punteggio strano: 1,00. «Pensavo fosse una penalizzazione».

Ana saprà risalire e forse la vita gli chiederà meno sacrifici rispetto all'orrore rumeno che poi vivrà Nadia Comaneci. Qui a Rio la sua non è l'unica danza sullo zero. C'è inerme e inattesa compagnia. Non c'era mai stata una doppia ciambella, un sei zero sei zero, nella storia del tennis olimpico. Lo ha subito e pianto il lituano Ricardas Berankis, il suo scarnificatore è l'australiano John Millman, numero 75 nella classifica Atp. Berankis è ottantanovesimo.

Lo zero è una cancrena che sta consumando il corpo mistico del Brasile. Il futbol bailado è un corpo morto dalla notte del Mineirazo, da quel 1-7 mondiale contro la Germania. È un'umiliazione che si sconta vivendo. Questa doveva, dovrebbe, essere la rinascita, con la nuova gioventù dei Neymar, dei Gabriel Jesus, dei Barbosa. Per ora due partite e due zero a zero. È la generazione zero gol, contro il Sudafrica e contro l'Iraq. Nessuno deve piangere, però. Lo zero non è il nulla. È una possibilità.