"Dopo un anno tremendo voglio soffrire solo per il Tour"

"La morte di Scarponi, l'incidente che mi ha fatto saltare il Giro. Ma la maglia tricolore mi farà fare grandi cose"

Ad Ivrea ha preso le misure, da domani cercherà di dare forma ad un nuovo modello, che si possa adattare bene alla propria silhouette. Una settimana fa il tricolore, arrivato al termine di una corsa senza se e senza ma: Fabio Aru era il più forte e lui l'ha fatto vedere ad occhio nudo. Nessuno ha potuto obiettare qualcosa. Una vittoria straripante ottenuta con una maglia speciale prima di vestirne un'altra, in attesa di indossarne magari da qui a tre settimane un'altra ancora.

Una maglia di color celeste, taglia s, che Michele Scarponi nel ritiro di Sierra Nevada a fine marzo gli aveva donato. Una maglia che, dopo la tragica fine dell'Aquila di Filottrano, morto il 22 aprile, è diventata una vera e propria reliquia. «L'ho raccontato subito dopo il trionfo tricolore di domenica ci spiega il sardo, che in questo Tour parte in tricolore addosso e con grandi ambizioni -. Il Delfinato e il campionato italiano li ho corsi con quella maglia, con quella piccola maglia di taglia s di Michele. Ora tornerà ad Anna e ai suoi bimbi, come è giusto che sia».

È un campione di taglia e di cuore

«Sì, sono un campione molto più small, più magro. Ho fatto tanti sacrifici per esserlo. Rispetto al Tour di un anno fa peso quasi 4 kg in meno, per questo ho potuto vestire la maglietta di Michele (Scarponi, ndr). Anche la nuova maglia tricolore che indosserò al Tour è un po' sua, perché io ho corso con lui e per lui».

Fabio, come si sente adesso?

«Bene. Mi sento assolutamente pronto per una gara importante ed esigente come il Tour. So di aver fatto tutto il possibile per arrivare a questo appuntamento al top della condizione e sento di esserlo. Non è stato facile rialzarsi. In questo ultimo periodo ho davvero vissuto tantissime emozioni, tutte molto forti, alcune davvero terribili. Prima l'incidente del 2 aprile, a Sierra Nevada. Poi la morte di Scarponi, che mi ha gettato nello sconforto più profondo, ma mi ha fatto capire che gli incidenti di percorso sono tali, e vanno affrontati per quello che sono. Davanti alla morte c'è solo la preghiera. Davanti ai contrattempi c'è solo il lavoro».

Ha mai temuto di non potercela fare?

«Mai. Al Delfinato ci sono arrivato con tanti dubbi, non sapevo a che punto fossi perché mi mancava da troppo tempo il confronto. Sono tornato a casa con delle certezze, trovando le risposte che cercavo».

E poi Ivrea, per cambiare la livrea in vista del Tour

«È stato un giorno speciale, per me, per Valentina (la sua fidanzata, ndr), per il mio team, per quanti mi vogliono bene. Non l'avevo mai esplicitato, ma la maglia tricolore era uno dei miei grandi sogni, fin da ragazzino».

Anche la maglia gialla lo sarà

«Non dico niente».

Il suo silenzio dice molto più di tante parole.

«Chi corre in bicicletta sa cosa significa la maglia gialla».

Facciamo un passo indietro: il Tour del debutto poteva essere il suo capolavoro, se non ci fosse stato quel black out al penultimo giorno, con la crisi e il salto all'indietro dal 6° al 13° posto della generale.

«Vorrei riprendermi quello che sento di non aver raccolto, anche se io penso di aver davvero imparato tanto dal Tour di un anno fa».

Al Tour ci sarà da soffrire, anche perché in Francia di campioni ce ne saranno in abbondanza.

«Il pericolo numero uno è e resta Chris Froome. Il britannico, che stimo enormemente, ha una squadra che fa paura, nessuna è attrezzata quanto il Team Sky. Froome, poi, ha una classe immensa: sarà lui il faro della corsa. Occhio però a Richie Porte, che sta andando fortissimo, e sono curioso di vedere cosa farà Nairo Quintana, che forse al Giro non è mai stato davvero bene, ma io non l'ho mai visto andare realmente piano. Poi attenzione a Bardet e Chaves. E a quel talento assoluto che è Alberto Contador: qualcuno pensa che sia finito, ma fin quando ha un numero spillato sulla schiena, tutti dovranno fare i conti con lui».

Le tappe più insidiose?

«Si comincerà a far sul serio dalla 5ª tappa, quella che ci porterà a La Planche des Belles Filles. Bella anche la numero 9, che arriva a Chambery, con le scalate della Gran Colombier e del Mont du Chat che abbiamo anche affrontato al Delfinato. E poi le Alpi, dove si deciderà tutto».

Per essere soddisfatto del suo Tour cosa spera che accada?

«Tante cose che non dico. Non mi pongo limiti. Io so solo che non devo sottovalutare nessuno, ma i miei avversari devono fare altrettanto».