Chamizo è di bronzo ma lotta con i giudici: "A Tokyo prendo l'oro"

Il cubano "azzurro" recrimina sui punteggi. E in finale la Mongolia protesta in mutande

E' solo il secondo podio nella storia della lotta libera italiana, eppure Frank Chamizo Marquez non è contento. Perchè era il favorito, l'oro più sicuro della spedizione azzurra, sulla materassina però la scienza non è esatta, tantomeno con i giudici ostili. Il rischio c'è, in ogni sport che passa attraverso una giuria. Chamizo voleva ripetere il titolo del napoletano Claudio Pollio, a Mosca 1980, si aggiudica solo la finale per il bronzo, 4-3 sull'americano Molinaro, che alla fine chiede il challenge, lo perde e allora gli arriva un altro punto contro, come da regolamento. Frank abbraccia lo staff azzurro, l'allenatore Filiberto Delgado, pure cubano, e il medico Fabio Fanton. Si copre con la bandiera italiana, lui che è di L'Avana, festeggia in parallelo al pallavolista Juantorena, nato a Santiago, sempre nell'isola caraibica.

«Sono contento lo stesso - è il primo commento -, perché il bronzo è una grandissima medaglia. Al contempo sono distrutto, deluso da me stesso».

Va a premiarlo Marina Di Bussolo, moglie del presidente federale Matteo Pellicone, scomparso due anni fa, dopo essere stato in carica dal 1981. Era anche vicepresidente internazionale e così la vedova ne fa le veci. Chamizo scende dal podio e abbraccia forte la signora Edit Dzosa, ungherese trapiantata a Genova, arbitro internazionale e mamma di Dalma Caneva, campionessa europea juniores. Frank la sposa nel 2012, è italiano dall'anno scorso, ma la coppia da 7 mesi è separata.

«Loro hanno fatto tutto per la mia carriera - aggiunge successivamente Chamizo -, gli devo la vita e gli dedico la medaglia. Come all'esercito, alla federazione e a mia madre Clara». Che abita in Spagna, mentre il padre Pavel, ex lottatore, vive negli Usa. A Cuba Frank era rimasto da solo con la nonna, dopo il bronzo mondiale a 18 anni, nel 2011. Adesso gareggia nella categoria 65 chili, all'epoca rientrava nei 55 e gli bastò sforare di un etto per essere squalificato due anni e quel punto conobbe la fame. Sentendolo parlare, si può immaginare che avesse reagito male, contro la rigidità dei dirigenti cubani. «La giuria fa schifo. Solo vincendo 10-0, i giudici non possono rovinare il risultato. Ma ormai tutti gli incontri sono equilibrati e allora è difficile accettarne gli errori decisivi». In semifinale con l'azero Asgarov, oro a Londra, perde 7-4. Il ricorso viene presentato sul 6-4, perchè a 40 dalla fine l'azero lo fa uscire dal cerchio di combattimento e ottiene un punto. Frank però gli era passato dietro e ne meriterebbe due a favore, non uno contro. Si andrebbe sul 6-5 per l'italiano, ma il challenge non convalida. Chamizo torna calmo: «Il podio resta un sogno e un onore, anche il bronzo va bene, ma avevo promesso l'oro. Andrò a prenderlo a Tokyo 2020».

Negli ottavi e nei quarti aveva recuperato a fatica. «Non ero carico come al solito, forse ho sentito la pressione. Le mie aspettative non erano queste». E allora piange di rabbia. Ma il fuoriprogramma avviene nell'altra finale per il bronzo, la Mongolia lo perde perchè Ganzorig inizia a esultare in faccia all'uzbeko Navruzov negli ultimi 4 secondi. Dall'angolo dell'Uzbekhistan protestavano per una decisione della giuria, per la verità azzeccata, anche per questo il mongolo irride l'avversario e scappa.

Così merita quel punto di penalità che vale il 7 pari e la medaglia per il rivale. Allora Ganzorig si dispera a terra, fuori dalla materassina, e dall'angolo della Mongolia danno in escandescenze come nel wrestling. Si spogliano in sequenza, scagliano a terra scarpe, urlano a torso nudo. Arrivano fischi, uno dei due tecnici resta in mutande e appoggia gli indumenti sul tavolo della giuria. Interviene anche il presidente della federlotta internazionale, la proclamazione avviene senza il mongolo, che così si prende un altro punto di penalizzazione. Un finale un po' triste, mai visto in uno degli sport più antichi di Olimpia.