Federer, i due match ball e lo sport schiavo di quell'attimo fuggente

Non solo Roger. Fignon perse un Tour per il codino, Massa un mondiale in 50m e Baggio...

Bastava un colpo, uno soltanto. Sono passate quattro ore e alla fine saranno quasi cinque. Il quinto set va oltre il tennis. È illusionismo, sfida di magia, sopravvivenza, maratona, stoccata e controstoccata, metafisica, giocarsi tutto fino all'ultimo istante, senza più calcoli e strategia, fino a riconoscere che il tuo avversario in fondo è il tuo specchio. Djokovico Federer? A quel punto non importa neppure sapere chi resta in piedi, perché tra la vittoria e la sconfitta passa solo un respiro di vento. Roger lo sa, anche se adesso vorrebbe dimenticare. Roger ha nella testa i due match point buttati al vento ed è qui che dice: bastava un colpo, uno soltanto. Non importa che alla fine abbia fatto più punti di Nole, perché nel tennis i punti da fare sono quelli che servono, quelli che pesano. Non importa che questa finale di Wimbledon verrà cantata per sempre, perché alla fine dovrà accontentarsi di dire: ho dimostrato a tutti i trentasettenni che siamo ancora vivi. La leggenda di Roger Federer ora ha una voce in più: è entrato nel club di quelli che hanno perso per un dispetto o un capriccio della sorte o degli dèi.

È li che trovi Laurent Fignon. È l'estate calda del 1989. Il mondo non ha ancora frantumato i suoi muri. Il Tour de France mette in mostra le sue vette più epiche e due tappe infinite contro il tempo. La corsa non ha un padrone designato. Il favorito sarebbe Pedro Delgado, ma a contendersi il trono fino all'ultimo secondo saranno il professore parigino con gli occhialini alla Trotsky e Greg Lemond, il ragazzo californiano che ha messo l'America in bici. I due si marcano sui Pirenei, sono insieme sull'Izoard, ma sull'Alpe d'Huez Fignon trova la forza di prendersi la maglia gialla. Tutto però si decide nella cronometro finale, ventiquattro virgola cinque chilometri da Versailles ai Campi Elisi. E qui si materializza la beffa. Lemond corre con il casco aerodinamico, la ruota posteriore lenticolare e il manubrio sollevato in alto come le corna di un toro. Fignon ha cinquanta secondi di vantaggio che sembrano un'eternità, la bicicletta di sempre e un codino biondo che è il cruccio di sua madre: ma perché non te lo tagli? Vincerà l'americano per un niente di otto secondi. I tecnici aerodinamici sveleranno anni dopo che il codino e la bicicletta vecchio stile sono costati a Fignon circa sedici secondi. Per un pelo (un punto), dice un vecchio proverbio, Martin perse la cappa.

Come Matt Emmons alle Olimpiadi di Atene del 2004. Matt, un biondino dallo sguardo glaciale, veniva da Mount Holly, un sobborgo di Philadelphia. Aveva già vinto l'oro nella carabina da 50 metri e stava dominando la finale di carabina a tre posizioni. Ha un vantaggio di tre punti ed è pronto per il tiro finale. Non c'è problema. Spara ed è dieci. Alza quasi con noncuranza un braccio in segno di vittoria. Poi sente un brusio. Sul tabellone appare un improbabile zero. Emmons allora ripete: «I shot, I shot. Guardate che ho già sparato». Vero, ma il 10 che ha centrato è quello del bersaglio del suo avversario.

C'è chi per cinquanta metri ha perso un mondiale di Formula 1 quando già stava festeggiando la vittoria. Il suo nome è Felipe Massa e guida una Ferrari. È il giorno dei morti del 2008. Sul circuito di Interlagos a San Paolo in Brasile l'acqua scende giù dal cielo senza sosta. È l'ultima gara e Felipe per vincere deve arrivare primo e sperare che Lewis Hamilton arrivi sesto. È quello che sta accadendo all'ultimo giro. Davanti alla Mercedes c'è la Toyota di Timo Glock con un buon vantaggio. Nessuno pensa che potrà mai raggiungerlo. Solo che Glock ha un problema di gomme e sta guidando da schifo sotto la pioggia. Hamilton all'ultima curva azzarda la mossa finale, sorpassa la Toyota e lo precede di cinquanta metri al traguardo. In Ferrari non lo sanno e stanno già scuotendo lo Champagne. Il destino è un buontempone.

Il destino qualche volta si veste di macumba, come nell'estate del '94 a Pasadena, con quel rigore che Roby Baggio ha tirato sulla luna, lui che se sbagliava lo faceva per troppa precisione. Quella volta no: quella volta la palla andò dritta, alta e senza senso. Come se qualcuno avesse stregato l'Italia contro quel Brasile operaio. Roby, confessa: ancora adesso la notte sogno quel rigore.